giovedì 13 giugno 2013

Sale da (s)ballo

Premesso che non sono un habitué delle discoteche ‒ voglio dire degli attuali club notturni in cui si va "a ballare", specialmente nel fine settimana. (Perché, come ben sapete, il termine discoteca significa letteralmente "teca dei dischi" e, pertanto, indica un luogo in cui sono effettivamente esposti degli album musicali - in questo senso, sono un assiduo habitué delle discoteche, ovvero dei negozi di musica). In verità adoro ballare, ma nei locali della zona che solitamente sono chiamati “discoteche” mi ritrovo il più delle volte a fare diverse cose tranne che ballare. Dopotutto, credo che questa indifferenza al ballo nelle sale da ballo, sostituita dallo sballo, sia condivisa anche dalla maggior parte dei partecipanti delle serate, viste, in primo luogo, l'imballabilità di gran parte dei pezzi mixati dai dj dietro alla consolle e, in secondo luogo, l'inagibilità fisica che impedisce di accennare anche solo a basilari passi di danza, in uno spazio pubblico al limite della reperibilità dell'ossigeno. Tuttavia, la cosa che mi colpisce di più delle odierne sale da sballo é il bisogno narcisistico dell'autopubblicità tra i clienti. Fino a qualche anno fa, infatti, non ti facevano le foto in discoteca. Fino a non molto tempo addietro non incontravi coppie o gruppi di amici agghindati, si fa per dire, a festa, segnalare con veemenza al fotografo di turno appollaiato sul proprio ambone, con tanto di sbracciate in aria e urla da richiamo della foresta, per fargli capire che vogliono una foto. Sia ben chiaro, la mia non è un critica alla presenza di fotografi, più o meno professionisti, nei locali pubblici. Anzi, sono convinto che la maggior parte di loro siano degli artisti che intendono esercitare liberamente la loro attività, magari con la possibilità di guadagnare qualcosa. La mia, piuttosto, è un’analisi sulla mania compulsiva di apparire tra i giovani e meno giovani di oggi. Questo fenomeno sociale, in realtà, è strettamente connesso con la diffusione spasmodica di internet (l’unico, vero mass media contemporaneo) e, in particolare, con l’eclatante successo dei social network ‒ piattaforme multimediali che consentono alle nuove generazioni di condividere, praticamente in tempo reale, le loro istantanee quotidiane al resto del mondo connesso. Da qui nasce il desiderio di essere riconosciuti, alla stregua di vip minori, all’interno di un locale pubblico e, inoltre, dalla propria cerchia ristretta di utenti online. E’ questo un atteggiamento tipicamente primitivo, ossia la necessità di emergere tra gli altri membri del clan (Una tribù che balla - Jovanotti), per ottenere prestigio e rispettabilità da essi. Perché se ti scattano una foto mentre sei in “discoteca” vuol dire che, in qualche modo, conti, vali qualcosa e, pertanto, finirai quasi certamente sull’album virtuale della serata il giorno successivo - il rotocalco dei vip minori. Qui, avrai finalmente la possibilità di farti vedere dal resto della tribù, che apprezzerà o disapproverà la tua immagine ma, in ogni caso, la commenterà, ovvero le darà visibilità. E, di conseguenza, ti sentirai parte del gioco, tirato in (s)ballo, inserito tra le mode del tuo tempo.

         Quando gli esploratori occidentali approdarono sulle coste di terre lontane ancora sconosciute, popolate da indigeni barbari e “selvaggi”, con le prime macchine fotografiche, allo scopo di immortalare queste genti così incivili ed esotiche, esse avevano paura che il flash abbagliante dell’apparecchio, avesse il potere magico di rubare l’anima alle persone. A distanza di due secoli, non si sbagliavano poi di molto. 



Nessun commento:

Posta un commento