sabato 3 gennaio 2015

Crescita


In vista delle elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013, si è scatenata una intensa campagna elettorale che costringe i candidati dei vari partiti a una guerra mediatica su tutti i fronti per sconfiggere il nemico accaparrandosi i voti dei cittadini, costretti anch’essi ad un logorante bombardamento propagandistico. D’altronde, la guerra è guerra e, se non proprio tutto in amore e in guerra è lecito, certamente le strategie belliche in occasione del voto non vanno per il sottile, una volta rispettato il codice etico della par condicio. Detto ciò, la mia riflessione verte piuttosto sul contenuto dei programmi che i politici ci stanno spiattellando in faccia quotidianamente. Ogni candidato, infatti, di qualsiasi schieramento politico, non fa che ripetere in maniera robotica o pappagallesca la necessità di una alquanto miracolosa ripresa economica: “Misure per la crescita”, “aumento del PIL”, “incremento della produzione industriale” sono le rassicuranti formule magiche che i cittadini, in preda alla crisi, vogliono sentirsi dire e che, di conseguenza, la classe politica non esita a svendere attraverso i media. Ma come è possibile che nessun aspirante parlamentare, come se indossasse dei paraocchi, non si renda ancora conto del momento storico che stiamo vivendo? Siamo arrivati a un punto in cui crescere, per come lo abbiamo inteso dal dopoguerra a oggi, non è più possibile: proprio come il corpo di una persona, raggiunto l’apice dello sviluppo, si avvia inevitabilmente al declino fisico, allo stesso modo la nostra società industriale avanzata, consumistica e capitalistica, è oramai giunta al vertice dell’espansione, oltre il quale non è più possibile andare. La sociologia dell’ambiente da anni ci avverte del fatto che la produzione e il consumo hanno dei limiti sociali e naturali beni definiti, superati i quali ci aspetta soltanto più la catastrofe sociale ed ecologica. Si badi bene che non si tratta di allarmismo apocalittico bensì di puro realismo scientifico. Pertanto, se vogliamo continuare a crescere, non solo in termini economico-quantitativi (ricchezza materiale, “benessere”) ma anche a livello di qualità della vita (ricchezza umana, ben-essere) bisognerà investire sulla cosiddetta economia green, ossia sulle nuove professioni incentrate sulla sostenibilità ambientale, che tengono in conto l’impatto ambientale dell’attività umana, volta a sfruttare le risorse naturali della terra. La crisi c’è eccome, ma è una crisi ben più ampia della mera “crisi economica”: è in crisi nera il nostro regime economico, ovvero il nostro modo di produzione e la nostra idea di consumo. Sarebbe cosa gradita che almeno qualche politico di professione accennasse alla questione ‒ l’unica vera questione politica del tempo in cui viviamo.

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