sabato 3 gennaio 2015

Le parole al tempo della metafisica



Uno degli insegnamenti maggiori che ha introdotto la filosofia analitica è proprio la necessità di definire con precisione i termini che si usano in un discorso, in modo da non ingarbugliarsi in una babele di concetti nebbiosa e intricata. Come però ci insegna Martin Heidegger le parole, specialmente nell’epoca della metafisica, hanno perduto il loro senso autentico e risulta quindi necessario ri-scoprire la semantica originaria che le co-appartiene, per comprendere, infine, il loro significato primitivo celato sotto al Gestell tecnico. E’ evidente che il linguaggio subisca l’influenza del tempo e che, perciò, le parole si trasformano in base all’evoluzione del genere umano. Invero, è altrettanto chiaro che il rischio è, appunto, di smarrire il reale senso dei vocaboli che, di conseguenza, non sappiamo più ascoltare attentamente. Facciamo alcuni esempi. Se pronunciamo il lemma “crescita”, subito ci vengono in mente l’incremento della produzione industriale, l’aumento del PIL, la creazione di posti di lavoro, i fondi destinati alle imprese. Ma questa è esclusivamente la crescita economica, che non tiene affatto conto degli altri contesti in cui la voce “crescita” può essere utilizzata: crescono i capelli, i funghi, i feti così come esiste una crescita personale dell’individuo in termini di arricchimento culturale e maturità esistenziale[1]. Associare immediatamente una definizione prettamente economica alle parole è, d’altra parte, un fenomeno frequente in tempi di “crisi” come questo. Anche il termine “progresso” viene per lo più percepito come mero «incremento nel medio-lungo termine dello sviluppo della società con aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezza, consumi, produzione di merci, erogazione di servizi, occupazione, capitale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica (http://it.wikipedia.org/wiki/Crescita_economica)». Tuttavia, non dimentichiamoci che bisogna distinguere tra progresso economico, progresso scientifico, progresso tecnico, progresso sociale. Secondo la filosofia della storia a cui facciamo riferimento, ad esempio, la nozione di decrescita introdotta da Latouche e adottata dal Movimento per la Decrescita Felice, corrisponde ad un reale progresso umano, indirizzandosi verso una società equa, sostenibile e partecipata. La stessa dicitura “crisi” comporta attualmente un univoco slittamento verso il gergo economico, dove sta per stagnazione e recessione. Invece, se approfondiamo le ricerche, scopriamo che il vocabolo deriva dal greco κρίσις che vuol dire, tra l’altro, “scelta” e può indicare, perciò, un cambiamento drastico e spesso traumatico, ma pur sempre voluto dall’individuo o dalla società di cui è membro.
Di notevole interesse è inoltre il fenomeno, soltanto apparentemente linguistico, della modificazione semantica delle parole sotto l’influenza metafisica, ad opera della pedagogia borghese. E’ paradigmatico, ad esempio, notare come il saper-fare tipico della saggezza pratica popolare sia diventato il cortese savoir-faire, così come il più garbato savoir-vivre ha tradotto il saper-stare-al mondo, alquanto più grezzo e, se vogliamo, cinico. Spesso i cosiddetti “francesismi” rappresentano casi significativi di alfabetizzazione borghese.



[1] Da notare la differenza semantica tra “crescita” e “sviluppo” adottata in sociologia dell’ambiente. Da notare come uno dei testi classici di questa disciplina, The Limits to Growth, sia stato erroneamente tradotto in italiano col titolo I limiti dello sviluppo.

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