Sarebbe molto
interessante un saggio socio-antropologico sul turpiloquio, partendo dal
presupposto secondo cui il linguaggio sboccato e scurrile sia una costante
nella storia della cultura umana. Lo studio prevedrebbe sia un’analisi
diacronica (storica) sia una disamina sincronica (socio-antropologica) delle
parolacce, ovvero una ricerca sull’evoluzione degli improperi nel corso del
tempo e anche sulle differenze che si incontrano nelle diverse culture al
giorno d’oggi. L’obiettivo sarebbe pertanto di indagare l’ambiguità del
turpiloquio, un fenomeno non solamente linguistico, relegato all’ambito della
comunicazione volgare stricto sensu, bensì connesso ad altri elementi
della società, quali la sessualità, il maschilismo, l’omofobia, il razzismo,
l’educazione.
Da una parte, le parolacce infastidiscono, irritano, indignano,
scandalizzano chi le ascolta o chi le riceve; dall’altra fanno presa sulle
persone, intrigano e affascinano il grande pubblico. Ci sarà un motivo se le
prime parole che imparano gli stranieri sono proprio le parolacce?
Probabilmente esse rappresentano il modo più semplice e immediato per entrare
in relazione con gli altri, ovvero il livello più basso per comunicare efficacemente
con degli sconosciuti ed essere compresi. Da questo punto di vista, il
turpiloquio potrebbe rientrare di diritto come materia studiata dalla
psicologia dei comportamenti o dalla filosofia del linguaggio.
E se addirittura
le parolacce fossero una sorta di strategia di sopravvivenza escogitata
dell’essere umano per la sua lotta evolutiva? In questo caso, il turpiloquio
potrebbe persino essere trattato dalla biologia evoluzionista. Ma altri
interrogativi sorgono esaminando il mondo delle parolacce, forse per troppo tempo
trascurato dalle discipline accademiche: perché i bambini non devono dire le
parolacce e gli adulti non devono insegnargliele? Evidentemente perché comunicare
attraverso oscenità, blasfemie ed espressioni offensive è un segno di
maleducazione che può comportare una cattiva reputazione, lasciando anche la
possibilità di esclusione sociale all’interno delle varie comunità umane come
famiglia, scuola e amici.
Passando oltre, quali sono le parolacce più diffuse?
E sono le stesse in tutto il mondo? Per farci un’idea della questione, possiamo
innanzitutto rispondere a queste domande compilando una casistica
approssimativa delle parolacce più usate, ad esempio, in Italia. In primo
luogo, ci accorgiamo che molte parolacce proferite dai nostri compatrioti fanno
riferimento agli organi sessuali maschili e femminili o alla sessualità in
generale. A tal proposito, come non citare il padre della psicoanalisi e, a
maggior ragione, della sessualità come impulso intrinseco all’uomo, ossia
Sigmund Freud? Sarebbe senz’altro interessante approfondire la ricerca, per
indagare gli abissi del nostro inconscio, le tenebre dell’anima da cui nascono
le nostre parolacce, connesse all’ancestrale tabù del sesso. In secondo luogo,
notiamo che una bella fetta di parolacce riguardano l’elemento femminile, in
particolare mamme, sorelle e il lavoro più antico del mondo. Questo dato,
potrebbe essere il sintomo di una società visceralmente patriarcale,
maschilista e misogina, allo stesso tempo morbosamente attratta e disgustata
dalla donna. In terzo luogo, ci accorgiamo che innumerevoli parole brutte
concernono l’omosessualità: altro indizio che ci mostra una società nel
complesso omofoba e intollerante nei confronti del “diverso”. Infine, quasi
tutte le parolacce hanno in qualche modo a che fare con la categoria della
bassezza (lessico scatologico) e con la diversità. Riflettendo su ciò, possiamo
concludere che la nostra è anche una società elitaria, rigidamente gerarchica,
xenofoba ed esterofoba, nonché razzista e specista.
Un capitolo interessante sarebbe
quello dedicato agli insulti a segni: quando un gestaccio vale più di tante
parolacce.
Un altro capitolo potrebbe
analizzare il ruolo della censura di Stato e Chiesa per contenere il
turpiloquio: BEEP e asterischi. La condanna della bestemmia: simbolo di una
società superstiziosa e timorosa delle punizioni divine, oppure oltraggio alla
moralità, al buon costume, una ferita alla sensibilità civile? Il vaffa
come trasgressione e rivoluzione o freccia del populismo (V-DAY di Beppe
Grillo)?
Il turpiloquio nelle arti, come
rottura di una tradizione consolidata, contro le convenzioni e le ipocrisie di
un’epoca, attraverso opere letterarie, cinematografiche, musicali, teatrali. Il
linguaggio dell’osceno nelle arti visive (pittura, scultura e installazioni
contemporanee)
.
Ma ciò che interessa a noi più da
vicino è l’intreccio sviluppatosi tra turpiloquio e mondo contadino: una caso
di deformazione linguistica? Infatti, osservando i termini che fanno
riferimento alla sfera del turpiloquio, notiamo che gran parte di essi toccano
anche l’attività agricola e, in generale, la massa, la plebe appartenente agli
strati più bassi della scala sociale: volgare, volgarità, villano, villania,
villanata, villaneggiare, triviale. Addirittura, uno dei sinonimi del lemma
“cafone”, attributo che significa maleducato, di cattivo gusto, è, oltre a
screanzato, insolente, anche “contadino”. Parimenti, la seconda accezione di
“contadinesco”, oltre a “di contadino”, “da campagnolo” (es. furbizia), è lo
spregiativo “grossolano”, “rozzo”, “scortese”. Quale tipo di educazione si
sceglie come criterio di giudizio? Quale gusto, quale creanza? A quanto pare, è s-cortese colui che sta
fuori dalla corte, cioè al di là delle mura e dei modi cittadini: gli
agri-coltori, appunto i “coltivatori del campo”.
Partiamo da lontano: il lemma
“parolaccia”, secondo il Dizionario Italiano Sabatini - Coletti, significa
propriamente “parola volgare, sconcia, offensiva”, e ha come sinonimo il
termine “improprio”. Il vocabolario ci informa anche che “parolaccia” ha
iniziato a diffondersi a partire dal XV secolo. Cosa vuol dire “volgare”?
L’aggettivo, in una prima accezione, indica ciò che è “proprio del volgo, delle
classi popolari” ma, esteso con valore limitativo o dispregiativo, esso significa
“maleducato, di cattivo gusto, grossolano, rozzo”. Se qualcosa appartiene alle
classi popolari deve essere necessariamente rozzo e grossolano? L’associazione
popolo/maleducazione è legittima? Se sì, a quale tipo di educazione o di gusto
si fa riferimento? Evidentemente all’educazione e ai gusti borghesi delle
classi elevate, improntate sul bon ton, sul galateo, sul savoir-faire. Ma
andiamo avanti.
Cercando il vocabolo “improperio”, sinonimo di parolaccia,
troviamo come definizione quanto segue: “espressione offensiva, villana”. Ora,
“villano” come aggettivo è “riferito a persona maleducata, incivile, sgarbata;
tipico di persona rozza e incivile, privo di garbo e creanza”. In qualità di
sostantivo, invece, la parola assume due significati: 1) anticamente,
semplicemente “chi abita a lavora in campagna, contadino”; 2) esteso, persona
sgarbata e maleducata; insolente, screanzato”. Per quale motivo un agricoltore
è assimilato a un insolente? Certamente, bisogna ammettere che nel passato
spesso le persone che vivevano in campagna, lontano dagli usi e costumi della
città, assumevano comportamenti riprovevoli o, in ogni caso, bizzarri per un
abitante urbano. Tuttavia, ancora una volta, l’associazione non è così
immediata; anzi, essa appare alquanto arbitraria. Proseguendo nella ricerca,
notiamo che “triviale”, la cui etimologia deriva da latino trivium,
ovvero “strada”, significa, oltre a “ovvio, banale”, anche “scurrile, sguaiato,
volgare, grossolano”. E’ chiaro l’accostamento (magari inconsapevole, magari
arbitrario, magari attenente ai fatti): ciò che deriva dalla strada è volgare,
ergo deprecabile.
In generale, come abbiamo cercato di
dimostrare, pensiamo che molte definizioni del vocabolario non siano affatto
neutrali o avalutative e che, pertanto, nascondino al loro interno già dei
giudizi o, il più delle volte, dei pregiudizi i quali hanno inevitabilmente
influenzato la mentalità delle persone. In altri termini, se il vocabolario è
l’opera contenente i vocaboli di una lingua, con la definizione del loro significato
e, soprattutto, se il processo educativo di alfabetizzazione passa per esso,
allora la visione delle cose di un individuo colto e educato è modellato da
certe definizioni parziali e faziose. Sicuramente, in ogni definizione sta un
po’ di verità, ma col passare del tempo, il significato originale di un termine
viene soppiantato da un'altra semantica. Non sappiamo se sono i dizionari che
plasmano le idee di una cultura o, viceversa, se una cultura decide a tavolino
le proprie parole. Crediamo, però, che la lingua sia il riflesso del pensiero e
che, dunque, spesso una parola intesa in un certo modo invece che un altro,
abbia delle importanti ripercussioni sul modo di pensare di un singolo, di un
popolo, di un’epoca.
BIBLIOGRAFIA (INCOMPLETA) DI RIFERIMENTO
- R.
G. Capuano, Elogio del turpiloquio.
Letteratura, politica e parolacce, Nuovi Equilibri, 2010
- R.
G. Capuano, Turpia. Sociologia del
turpiloquio e della bestemmia, Costa & Nolan, Milano, 2007
- P.
Nobili (a cura di), Insulti e pregiudizi:
discriminazione etnica e turpiloquio in film, canzoni e giornali, Aracne, Roma,2007
- H.
Frost - H. Goodwin, Il nuovo codice
incivile. Diritti e doveri degli incazzati, Eco, 2006
- M.
Zanni, Ditelo con gli insulti (e non
accontentatevi di un semplice vaffanculo). Dizionario completo degli insulti
italiano-inglese, Dalai Editore, 2001
- N.
Grassi, La Traduzione degli Insulti nel
Doppiaggio di Film Americani, Tesi di Laurea, Bologna, Anno Accademico
2002-2003
- V.
Tartamella, Parolacce. Perché le diciamo,
che cosa significano, quali effetti hanno, BUR, Milano, 2006
- F.
Rossi, «Parole oscene», Enciclopedia
dell'italiano, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
- Nora
Galli de’ Paratesi, Le brutte parole.
Semantica dell’eufemismo, Mondadori, Milano, 1969.
- E.
Pistolesi, La banalità dell’altro: dallo
stereotipo all’insulto etnico, in “Migrazione e identità culturali”, a cura
di S. Taviano, Mesogea, Messina, 2008, pp. 227-238
- M.
Dardano - C. Giovanardi - M. Palermo, Pragmatica
dell’ingiuria nell’italiano antico, in “La linguistica pragmatica. Atti del
XXIV congresso della Società di Linguistica Italiana (Milano, 4-6 settembre
1990)”, a cura di G. Gobber, Bulzoni, Roma, 1992, pp. 3-37
- D.
Jaccod, Volgarità in rete. Note sulla
disfemia nell’italiano della Chat, «Rivista italiana di dialettologia» 29, 2005,
pp. 169-180
- W.
Labov, Rules for ritual insults, in “Language
in the inner city. Studies in the black English vernacular”, Blackwell, Oxford,
1972, pp. 297-353.
- E.
Pistolesi, Flame e coinvolgimento in IRC,
in “Passioni, emozioni, affetti”, a cura di C. Bazzanella & P. Kobau, McGraw-Hill,
Milano, 2002, pp. 261-277.
-
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/eloquio/ravesi.html
- http://www.parolacce.org/
- http://www.treccani.it/enciclopedia/parole-oscene_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/