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lunedì 19 agosto 2019

Aurelio Peccei e il Club di Roma: un neoumanesimo tra economia ed ecologia

«Non vi sono scappatoie: la realtà va affrontata così com’è[1]»
(Aurelio Peccei)

«Immagini che hanno il solo scopo di presentare il prodotto[2]»
(In parecchie pubblicità televisive e su molte confezioni alimentari)

«Caution: objects in this mirror may be closer than they appear! [3]»
(Sugli specchietti retrovisori delle automobili Usa)

«Lo scopo del gioco è di trarre profitto […]. Quando il penultimo giocatore ha fallito, l’ultimo giocatore rimasto vince la partita[4]»
(Regole di “Monopoli”)



[1] A. PECCEI, La qualità umana, Castelvecchi, Roma, 2014, p. 91.
[2] In G. CUOZZO, Filosofia delle cose ultime. Da Walter Benjamin a Wall-E, Moretti e Vitali, Bergamo, 2013, p. 66.
[3] “Attenzione: gli oggetti nello specchio potrebbero essere più vicini di quanto sembrino”, in J. BAUDRILLARD, L’America, trad. it. di L. Guarino, Feltrinelli, Milano, 1987, p. 7.
[4] Regole del gioco “Monopoli”, Società Editrice Giochi S.p.A., Milano, 1985. 

La mia tesi ha primariamente lo scopo di presentare la vita e il pensiero di Aurelio Peccei: economista torinese, partigiano, dirigente Fiat, imprenditore internazionale e soprattutto fondatore del Club di Roma – associazione senza scopo di lucro nata nel 1968 per sensibilizzare la popolazione mondiale circa i maggiori problemi dell’umanità.

L’obiettivo principale del lavoro è perciò di ricavare una sorta di distillato filosofico dalla vicenda biografica e intellettuale di Aurelio Peccei, al fine di esaminare gli elementi di quella che può essere definita filosofia “pecceiana”.


Partendo dai concetti di Predicament of Mankind (“malpasso dell’umanità”) e World Problematique (“problematica mondiale”), nei suoi scritti Aurelio Peccei elabora una forma di umanismo ambientalista. Innanzitutto, egli effettua una diagnosi della complicata crisi globale, individuandone la causa profonda: la “primitività”, l’arretratezza o la decadenza dell’essere umano, che subisce una regressione spirituale e una involuzione morale, surclassato dalla ultramodernità dei sistemi artificiali che, viceversa, progrediscono a un ritmo quasi inverosimile, grazie ai prodigi di scienza e tecnica. È quindi indispensabile per Peccei investire nello sviluppo dell’uomo, offrendogli in prima battuta una formazione sistemica ed eclettica, affinché egli compia una vera e propria evoluzione culturale, un rinnovamento etico che faccia emergere le capacità potenziali e le qualità latenti in ciascun individuo. Perché ciò si verifichi occorre secondo l’autore una “coscienza di specie”, che si può innescare mediante un nuovo umanesimo, che vada ad integrare le “scienze esatte”, foriere di rivoluzioni materiali scientifiche, industriali e tecnologiche.

In particolare, per Peccei una delle più importanti missioni della specie umana – come si evince peraltro dai vari rapporti al Club di Roma, a partire dal famoso The Limits to Growth del 1972 – è costruire una “Realutopia” ecologica a partire da una gestione conservativa delle risorse naturali, passando dalla crescita produttiva esponenziale a una crescita limitata, differenziata, organica e sostenibile, per raggiungere una condizione di equilibrio dinamico del sistema mondiale.

Il punto di partenza della mia ricerca è in effetti la crisi ecologica in atto come graduale disfacimento del pianeta Terra, che si manifesta ovunque tramite vari segni quali il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Ho cercato di mostrare, tuttavia, come oggigiorno la devastazione della biosfera si combini pure, da un lato, con lo sfibramento della naturalità umana (intesa come unione di corpo e psiche) e, dall’altro, con la disintegrazione dello stesso mondo reale. Nel dettaglio, il fenomeno si esplica attraverso quelli che riconosco come i processi di dis-umanizzazione, dis-animalizzazione e dis-oggettivazione, che nel complesso configurano una iperrealtà virtuale, distorta, falsata, deformata o snaturata.

Ho allora rintracciato una meta-fisica postmoderna, dopo la metafisica classica e quella rappresentata dai “Grandi Racconti” ideologici della modernità, smascherati dai postmodernisti stessi. Essa indica il pensiero astratto consumistico-tecnocratico in un certo senso sovra-umano, soprannaturale ed extra-terrestre, che ci ha in qualche modo condotti fuori dal corpo, oltre la Terra, lontano dal mondo concreto.

Di conseguenza, la pars destruens dello studio consiste essenzialmente in una disamina della società dei consumi, vittima di una strana alienazione percettiva, interpretativa ed etica che denomino “jet lag esistenziale”: la sindrome di chi ha smarrito, per così dire, le coordinate spaziotemporali e vaga quasi “senza fissa dimora”. Analizzando l’occidentalità postmoderna, si nota infatti che è la cosiddetta “società del benessere” a produrre in larga misura mal-essere, esemplificato da patologie psicosomatiche, disuguaglianze socioeconomiche e distruzione della realtà fisica. La civiltà opulenta dei Paesi altamente industrializzati è appunto basata sul continuo spreco di risorse sia naturali che umane. Così, avvalendomi specialmente delle riflessioni del Professor Gianluca Cuozzo e con anche l’ausilio di alcune opere d’arte come film e racconti, ho osservato che la produzione di beni è sempre produzione di rifiuti e rifiutati.

Passando alla pars construens della mia proposta teorica, volta al recupero di un ben-essere psicofisico integrale, chiamo “ermeneutica della sopravvivenza” o “perifisica” semplicemente il rovesciamento della meta-fisica postmoderna. Essa implica pertanto un fisiologico ritorno a vivere secondo natura. In primo luogo, “vicino alla natura” del nostro corpo vivente e sensibile. In secondo luogo, “presso la natura” intesa propriamente come ambiente, cioè dentro a un ecosistema con precise leggi fisiche, che garantiscono la continuazione della vita su questo pianeta. In terzo luogo, perifisica significa “a contatto con la natura” del mondo fenomenico, senza mai dimenticare dunque la materialità effettiva delle cose.

In conclusione, seguendo le tracce lasciate da filosofi come Hans Jonas, Ivan Illich, nonché dallo stesso Aurelio Peccei, la perifisica corrisponde in sostanza a una ecosofia, nel senso di cultura dell’abitare e saggezza della “casa” comune, dove ri-prendere residenza per ottenere un autentico “permesso di soggiorno” (terrestre), potremmo dire, svolgendo responsabilmente le nostre “faccende domestiche”, alla stregua di umili “casalinghi” planetari.

Le qualità umane di Aurelio Peccei



Lo scopo di questo articolo è di ricavare, presentando la sua costellazione di idee e ideali, una sorta di distillato filosofico dalla lettura della vicenda storica e intellettuale di Aurelio Peccei: partigiano torinese, manager Fiat, imprenditore internazionale, noto soprattutto in qualità di fondatore (con lo scienziato scozzese Alexander King) del Club di Roma[1].


In via preliminare, occorre dire che teoria e prassi rappresentano due addendi inscindibili nella sua personalità: l’assidua concomitanza di idea e azione, di pianificazione e realizzazione, è una costante del pensiero (e del lavoro) di Aurelio Peccei. In aggiunta, è regolarmente presente nel suo stile un modo di procedere che alterna pars destruens e pars construens. Dopo la critica, infatti, egli non scorda mai la fase propositiva ma, al contrario, lancia soluzioni pragmatiche pur lasciando aperto il dibattito – propone ma non impone. Tipico del suo messaggio è, una volta analizzato dettagliatamente un determinato problema, l’appello a non perdere tempo e, di rimando, ad agire in fretta. Queste caratteristiche del suo modo di meditare e di essere, ne hanno fatto a buon diritto una specie di consulente dell’umanità.

Emergono perciò alcune peculiarità attitudinali che costituiscono le specificità del suo carattere: fermezza d’animo, forza di volontà, perseveranza, statura morale, sensibilità e ambizione, rigoroso metodo di lavoro, pensiero originale e coerente. Queste virtù, generalmente, diventano anche i connotati che contraddistinguono il Club di Roma (la sua “creatura” più nota), riversandosi a loro volta nei vari rapporti da esso richiesti.

Ripercorrendo la vita e l’opera di Aurelio Peccei troviamo una persona curiosa delle diversità del mondo, poliglotta, viaggiatore e conferenziere instancabile, tessitore di reti con gli strumenti di comunicazione di un’epoca pre-Internet, scrittore efficace che sa rivolgersi al pubblico con una prosa paratattica, capace di metafore pregnanti e immagini suggestive.[2]

È la descrizione offerta da Mario Salomone, educatore ambientale e scrittore[3]. Anna Pignocchi, segretaria personale di Aurelio Peccei, oltre a evidenziarne il calore umano e il senso dell’umorismo, ricorda come egli amasse autodefinirsi «a hopeless generalist[4]», un inguaribile eclettico. Uomo libero e cittadino del mondo, Peccei appare anzitutto come un filantropo che sente la propria responsabilità verso l’umanità. Aveva la «capacità di ascoltare in modo aperto e umile e di imparare da diverse culture[5]», ricorda Eleonora Barbieri Masini, epigona dei future studies in Italia, membro onorario del Club di Roma, vice presidente della Fondazione Aurelio Peccei e docente di Ecologia Umana presso l’Università Gregoriana. Enrico Cerasuolo, regista torinese che ha scritto e diretto Last call, film-documentario sulla saga che ruota attorno ad Aurelio Peccei, al Club di Roma e agli “eroi” de I limiti dello sviluppo scrive che, in virtù di una capacità visionaria, egli «aveva il coraggio dell’utopia, la volontà di progettare un futuro migliore e di compiere passi concreti per la sua realizzazione[6]». Gianfranco Bologna mette a fuoco il suo connaturato “pro-getto”: «Aurelio era sempre proiettato in “avanti”. Aveva la straordinaria capacità di “vedere” nel futuro e di interpretare i problemi, le situazioni, le necessità con decenni di anticipo[7]».

Pensare per Peccei – concordemente con la comune radice greca del verbo “vedere” e del sostantivo “idea” – significava appunto soffermarsi sui processi in corso onde prevederne gli effetti. Perciò egli è stato un precursore sotto molti punti di vista: metaforicamente, quasi un veggente teso a leggere dentro quella sfera di cristallo che è il mondo – una fragile perla blu. Al di là della suggestione, Peccei si mostra come un ermeneuta realista intento a capire i segni sul grande libro della natura, decifrando e traducendo i sintomi dei mali dell’umanità. Federico Mayor, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, lo elogia come segue: «A un’intelligenza brillante univa un magnetismo e un ascendente unici, che ci incantavano e davanti ai quali tutti gli ostacoli cadevano. La sua forza di convinzione era impastata di questa “qualità umana”, di cui si è fatto promotore e che […] è l’esigenza fondamentale del nostro tempo[8]».


Dal punto di vista professionale, Peccei è un economista sui generis, potremmo dire, e un manager illuminato. Nel ricoprire ruoli prestigiosi in giro per il mondo, egli associa alla perizia e all’esperienza manageriali la deontologia civile dei grandi capitani d’industria. Come rileva Adriana Castagnoli, considerando in veste di dirigente industriale il capitale umano l’asset più importante di un’azienda, egli è convinto che l’ethical man venga prima dell’economic man. Secondo il suo punto di vista, l’impresa multinazionale deve infatti unire il principio della redditività a quello dell’utilità sociale, che si concretizza in obblighi ecologici, culturali ed educativi. A tale riguardo, per le sue sottili doti imprenditoriali e la solida conoscenza dell’economia globale, Daisaku Ikeda, con cui scrive Campanello d’allarme per il XXI secolo, lo descrive come un «consulente economico e un brillante uomo d’affari[9]». Cerasuolo mette però in luce che egli «era un industriale e aveva un sogno, costruire una governance dello sviluppo sostenibile attraverso capitalisti illuminati e politici lungimiranti[10]». Unendo quasi in maniera alchemica il raziocinio empirico dell’imprenditore con la calda immaginazione dell’utopista, il suo è perciò un pensiero mite e temperato. Ad ogni modo, si può affermare che per lui prima dell’occupazione viene la preoccupazione, ossia l’apprensione verso i tormenti della specie Homo.

Sulla scia delle idee di Luigi Einaudi e del “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli, politicamente Peccei sogna una comunità europea (e mondiale) federale e sovranazionale. Ammiratore degli Usa ma critico verso lo spauracchio della “civiltà tecnetronica” con cui si sollazza lo zio Sam, crede in un “neoatlantismo”: una reale globalizzazione di idee e valori tra le due sponde dell’oceano, invece che di soli beni materiali.

È questo il messaggio che sgorga da Verso l’abisso, la sua prima fatica letteraria edita nel 1969 dalla Macmillan di New York col titolo The Chasm Ahead. Il saggio esamina infatti il divario creatosi tra Stati Uniti ed Europa, cioè la frattura in seno alla “piattaforma Atlantica”, che può degenerare in una nuova “deriva dei continenti”. Secondo l’autore, il Vecchio Mondo corre il pericolo di rimanere troppo indietro rispetto alle conquiste formidabili del Nuovo Mondo. Tale gap tecnologico rischia di inficiare una volta per tutte i rapporti tra i due che, invece, bisogna rinsaldare al più presto. Pertanto, la tesi principale del libro è che tra le rive dell’oceano salpato da Colombo ci sono contemporaneamente forze divergenti – crepacci carsici come cicatrici sulla cartina politica della Terra – e correnti convergenti, che rispettivamente distanziano e avvicinano europei e americani. Il suo auspicio, ovviamente, è che a prevalere siano i punti di contatto, indispensabili in un villaggio globale e interconnesso. Per ridurre tale «écart de civilisation» (p. 63), si può dire che secondo Peccei occorre in primo luogo scongiurare un altro “ratto di Europa”, che non deve cioè divenire una «copia carbone degli Stati Uniti» (p. 75); in secondo luogo, è indispensabile ricucire la solidarietà con le altre nazioni avanzate, sulla falsariga della cooperazione tra i popoli.


È importante notare come nella mente di Peccei vi fosse già una limpida visione d’insieme sulle tendenze evolutive del mondo, sempre più unito grazie alle scoperte frutto dell’ingegno umano: comunicazioni, trasporti, intrattenimento di massa. Inoltre, sono qui presenti in nuce i principi guida della sua impostazione teorica matura: unità globale come premessa di sopravvivenza; pianificazione a lungo termine con obiettivi ad ampio respiro; approccio olistico per affrontare la complessità dei problemi che gravano il mondo.

Ovviamente, non manca chi gli ha mosso contro delle critiche, sia in Italia che nel dibattito internazionale. Come annota Mario Salomone, «per la sinistra il “manager” Peccei è la longa manus di qualche complotto capitalista»[11]. Nel 2005 Human Events, una rivista della destra americana, lo inserisce nella lista dei trenta autori più pericolosi del XIX e XX secolo. Parimenti, vari esponenti liberal considerano Peccei e il Club di Roma i fautori di un elitarismo escatologico che inscenerebbe l’effetto Cassandra tipico del catastrofismo millenaristico, invocando addirittura lo spettro di un ritorno al Medioevo; nel migliore dei casi il loro operato appare niente di più che un’idea romantica ma irrealizzabile. I partigiani del business as usual, inoltre, hanno calcato la mano su errori e inesattezze de I limiti dello sviluppo[12]; per converso, teorici della decrescita come Georgescu-Roegen hanno definito il Club di Roma una «incredibile fanfara[13]».


Alcune obiezioni sono certamente discutibili e, in ogni caso, non rientra negli intenti di questo lavoro effettuare una dettagliata analisi argomentativa per confutarle una ad una. Comunque, sembra per lo meno interessante osservare che il 2008 (centenario della nascita di Peccei) sia stato aspramente segnato da una crisi finanziaria in qualche modo prevista dall’autore, che purtuttavia resta soltanto un sintomo di quella più complicata problematica mondiale sviscerata e affrontata nell’arco di una vita. In più, «non ascoltare le Cassandre può talvolta significare aprire la strada a qualche Hitler[14]». Ad ogni modo, è indubbio che Aurelio Peccei è stato un personaggio scomodo, difficilmente etichettabile secondo dogmatismi e canoni ideologici.

Di conseguenza, la prospettiva con cui osservare il cammino esistenziale e intellettuale di Peccei può essere quella della “resistenza”. Dapprima egli milita infatti nel movimento antifascista durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma dopo aver attivamente preso parte alla Resistenza partigiana (detta anche “Secondo Risorgimento”), il sogno di Peccei è l’avvento di un nuovo Risorgimento, questa volta mondiale, che abbracci tutti i popoli della Terra per costruire un’avvenire migliore. Possiamo allora vedere l’incessante impegno di Peccei dopo la fondazione del Club di Roma come una seconda Resistenza, un’opposizione a ciò che Pier Paolo Pasolini definiva “fascismo dei consumi” o totalitarismo economico.

Aurelio Peccei appare in un certo senso un illuminista post-litteram, tenace e intraprendente, critico del presente ma detonatore di una positiva carica di speranza. Contro i moderni barbari egli si fa promotore dell’esortazione latina divenuta con Kant motto dell’Illuminismo: “Sapere aude!”. “Abbi il coraggio di conoscere”, ci comunica Peccei dalle pagine dei suoi scritti: “Non fermarti al gradino dei pregiudizi, dei luoghi comuni o delle opinioni del passato ma, al contrario, serviti della tua propria intelligenza per scalare la vetta infinita della saggezza, passo dopo passo. Non avere paura del futuro, o uomo, ma osa uno splendido avvenire, che potrai fabbricare con le tue stesse mani, guidate dal tuo stupefacente cervello”.

La sua posizione è quella di un ottimismo moderato, che nasce dall’inquietudine di chi spalanca gli occhi di fronte alla realtà, ma non si rassegna nonostante lo sdegno. Consapevole delle difficoltà dello status quo ma fiducioso nei confronti del domani, l’eroe per Peccei è colui che si attiva energicamente per affrontare a viso aperto e con la schiena dritta gli ostacoli che si frappongono sul cammino dell’essere umano. Certo, non si avverte nel suo pensiero l’idea della speranza di un Ernst Bloch, così come egli è ugualmente lontano dalla disperazione intransigente di Günter Anders. Si può dire che Peccei sia piuttosto in linea con la responsabilità di Hans Jonas, anche se forse con meno paura e più fiducia – euristica della speranza?

Un’ultima nota circa il senso del sacro in Peccei. Egli si professa un ateo agnostico: «Non sono un credente secondo il significato attribuito a questa definizione dalle varie religioni[15]». Purtuttavia, nonostante l’educazione laica influenzata dal socialismo, egli ritiene che la religiosità sia una dimensione essenziale che l’Homo Consumens ha smarrito, soppiantata dal riduzionismo del neopagano culto materialista, «il mito della sacra divinità della crescita, che presiede la nostra società mercantile[16]». Ne deriva che «questa umanità, ancorché prigioniera di motivazioni materialistiche, ha un profondo bisogno di spiritualità[17]».





[1] Associazione senza scopo di lucro nata nel 1968 con l’obbiettivo di sensibilizzare la popolazione mondiale circa i maggiori problemi dell’umanità. Cfr. http://www.clubofrome.org/.
[2] M. SALOMONE, La società umana oltre il “malpasso”. Orientati al futuro: Aurelio Peccei e il Club di Roma, Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro, Torino, 2012, p. 70.
[4] A. PIGNOCCHI, “La forza dell’ottimismo”, in ivi, op. cit., p.145.
[5] E. B. MASINI, L’eredità di Aurelio Peccei e l’importanza della sua visione anticipatrice, testo originale in lingua inglese pubblicato sul sito http://www.clubofrome.org, tradotto da S. Arnaldi e F. Curet (Istituto Jacques Maritain di Trieste), p. 17.
[6] E. CERASUOLO, “La necessità di raccontare la storia di Aurelio Peccei e I Limiti dello sviluppo”, in A. Castagnoli (a cura di), Fra etica, economia e ambiente. Aurelio Peccei: un protagonista del Novecento, SEB 27, Torino, 2009, p. 97.
[7] G. BOLOGNA, “Introduzione” di A. Peccei, La qualità umana, Castelvecchi, Roma, 2014, p. 12
[8] F. MAYOR, “L’influenza del pensiero di Aurelio Peccei”, in Lezioni per il ventunesimo secolo. Scritti di Aurelio Peccei, a cura della Fondazione Aurelio Peccei, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma, 1993, p. 283.
[9] D. IKEDA, “Una rivoluzione interiore”, in M. SALOMONE, La società umana oltre il “malpasso”, op. cit., p. 134.
[10] E. CERASUOLO, “Ultima chiamata”, in .eco, n. 5 - maggio 2008, anno XX/150, p. 16.
[11] M. SALOMONE, La società umana oltre il “malpasso”, op. cit., p. 47. Addirittura, girano in rete dietrologie per cui Peccei farebbe parte di una cospirazione segreta massonica (http://ambientalismodirazza.blogspot.it/2008/06/aurelio-peccei-ed-il-club-di-roma-il.html).
[12] Sulle polemiche suscitate dal primo rapporto del Club di Roma cfr. L. PICCIONI, G. NEBBIA, I limiti dello sviluppo in Italia. Cronache di un dibattito 1971-74, “I quaderni di Altronovecento n. 1”, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2011; P. BRAILLARD, L’impostura del Club di Roma, trad. it. di F. Cavallo, Edizioni Dedalo, Bari, 1983.
[13] N. GEORGESCU-ROEGEN, Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, a cura di M. Bonaiuti, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 219.
[14] T. DE MONTBRIAL, Energia. Conto alla rovescia, trad. it di C. Bay, Mondadori, Milano,1982, p. 171.
[15] A. PECCEI, D. IKEDA, Campanello d’allarme per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 1985, p. 89.
[16] A. PECCEI, “Alcune risposte ai critici dei Limiti dello sviluppo”, in Lezioni per il ventunesimo secolo, op. cit., p. 23.
[17] A. PECCEI, Cento pagine per l’avvenire, Mondadori, Milano, 1981, p. 38.

martedì 21 agosto 2018

Filosofia ed ecologia: l’etica del vivere secondo natura



L’obiettivo del mio intervento è di mostrare come la distruzione dell’ambiente naturale sia deleteria per la nostra vita: non solo per la sopravvivenza del genere umano sul pianeta Terra, ma soprattutto per la qualità dell’esistenza di ciascuno di noi. Lo scopo ultimo di questa relazione è perciò la necessità di preservare le risorse naturali come elemento imprescindibile di un ben-essere integrale per l’umanità.

Consumismo e società dello spreco

Si dice che il mondo occidentale viva nella “società del benessere”: una civiltà altamente sviluppata caratterizzata da elevato reddito pro capite finalizzato all’acquisto di beni di consumo. Questa società è in effetti il risultato di un processo storico iniziato in Inghilterra nell’800 con la Rivoluzione industriale, che si è poi diffuso nel secondo dopoguerra col cosiddetto “Boom economico”, che investì l’Europa negli anni ’60-’70 del XX secolo.   
Questo processo ha senza ombra di dubbio determinato un importantissimo progresso generale della società, portando evidenti benefici per l’intera umanità, la quale è sempre più capace di controllare le forze della natura. Infatti, i geologi hanno inventato un apposito termine per la nostra epoca, che è stata definita “Antropocene”: una nuova era geologica, in cui per la prima volta nella storia i maggiori cambiamenti naturali (climatici, territoriali e strutturali) sono causati dall’attività dell’uomo e non dalla natura stessa.
Tuttavia, l’Antropocene ha comportato anche degli effetti collaterali che sono stati purtroppo trascurati, e che oggi minacciano la stessa qualità della nostra vita. Vorrei allora mostrare alcuni esempi che testimoniano l’altra faccia della medaglia del consumismo, per considerare il paradosso in cui ci troviamo: che la società del benessere è degenerata in una forma di malessere o, comunque, in un benessere soltanto parziale.
Un primo aspetto negativo è rappresentato dai cambiamenti climatici, esemplificati innanzitutto dall’aumento globale delle temperature, responsabile dello scioglimento dei ghiacciai che, a sua volta, causa l’innalzamento delle acque – un serio problema per le località costiere e le isole.
Ma i cambiamenti del clima si verificano anche sotto forma di fenomeni meteorologici estremi, come quelle che vengono chiamate “bombe d’acque”, e che mettono in pericolo le città.
Un altro effetto indesiderato dell’Antropocene è l’inquinamento dell’aria, a causa di un uso eccessivo di combustibili fossili come i derivati del petrolio, che immettono nell’atmosfera i famosi “gas serra” – sostanze nocive che respiriamo quotidianamente.
L’inquinamento colpisce anche le acque, tant’è che negli oceani esistono delle vere e proprie isole di plastica galleggianti. Questi rifiuti diventano particelle che, dopo essere ingoiate dai pesci perché scambiate per plancton, finiscono anche nel nostro stomaco. Senza contare ovviamente i danni che provocano alle altre specie animali.
D’altra parte, il problema dei rifiuti è una conseguenza inevitabile della società del benessere: più si consuma e più si produce spazzatura.
Ma il malessere della società del benessere si manifesta anche sulla nostra salute: per esempio, l’abuso di certi pesticidi chimici usati in agricoltura, insieme a uno stile di vita scorretto, riduce la fertilità maschile.
Questi fenomeni rappresentano i segnali di ciò che la comunità scientifica ha definito “crisi ecologica”: la situazione precaria in cui vive la popolazione mondiale, causata da sovrasfruttamento e spreco di energia e risorse naturali.

Ben-essere

Perché è successo tutto questo? La biosfera, ci dicono gli scienziati, ha dei limiti planetari: una volta superati, la vita è in pericolo. Alcuni di questi limiti, però, oggi sono già stati oltrepassati, come la riduzione di biodiversità, cioè la varietà di specie viventi, tanto che secondo qualche studioso sarebbe già cominciata la sesta estinzione di massa.
È evidente perciò che non è sostenibile una crescita economica infinita in un pianeta con risorse finite! dobbiamo allora prenderci cura della ricchezze della biosfera, l’unico pianeta di cui al momento disponiamo.
Anche perché le risorse naturali offrono quelli che gli esperti definiscono “servizi ecosistemici”, che garantiscono la vita sulla Terra, e che stanno alla base del nostro benessere collettivo. L’immagine sottostante schematizza tutti i servizi che la natura ci fornisce spontaneamente ogni giorno: di approvvigionamento, supporto, regolazione e anche di tipo culturale.


Insomma, alla base della società e dell’economia c'è l'ambiente. Infatti, tutto il sistema produttivo dell'essere umano si regge sulla natura, tant'è che ecologia ed economia hanno la stessa radice "eco", che in greco antico significa "casa" – la fonte gratuita di ogni materia prima.
Pertanto, per continuare a godere dei servizi elargiti dalla natura, fondamentali per una vita di qualità all’insegna di un ben-essere integrale, occorre imparare a vivere secondo natura. Questa tesi non significa subire passivamente le forze della natura, bensì agire in accordo, in sintonia, in armonia o in equilibrio con la natura.
Per concludere, in che modo è possibile mettere in pratica il principio del vivere secondo natura? In due modi: da una parte, occorrono misure dall’alto, vale a dire interventi politici e giuridici al fine di trasformare la crescita esponenziale dell’economia in uno sviluppo sostenibile. Dall’altra, è però necessario un cambio di paradigma dal basso: un mutamento di mentalità e di atteggiamento da parte delle persone, che si concretizzi in azioni come ridurre i rifiuti e differenziarli, usare meno l'automobile privata, non sprecare acqua e cibo ecc.
Solo in questo modo sarà possibile passare da una società dello spreco a una società “eco”, da un benessere parziale a un ben-essere integrale, che caratterizzi l’Antropocene con un nuovo umanesimo ecologico improntato a una cultura dell’abitare saggiamente la nostra grande “casa” comune.




mercoledì 4 gennaio 2017

L'anno che verrà...per l'ambiente




Il 2016 è stato l’anno più caldo della storia – almeno da quando si rileva la temperatura con criteri scientifici –, come ha riportato il Rapporto dell’agenzia meteo dell’ONU per la Cop22 (nonostante il negazionismo climatico del neo Presidente Usa Donald Trump…). Le principali cause sono, da una parte, l’intensa corrente proveniente dal Pacifico sudorientale chiamata El Nino; dall’altra, l’intensificarsi delle attività antropiche.



150 anni di "ecologia"


Inoltre, l’ambiente in Italia fa notizia, anche se la stampa è ancora poco green. È il dato che abbiamo commentato qualche articolo fa, analizzando il Rapporto 2016 “L’informazione ambientale in Italia”, promosso da Pentapolis Onlus, in occasione del 3° Forum nazionale “Ambiente tra informazione, economia e politica”.


Sono notizie poco confortanti, a maggior ragione proprio nell’anno che celebra i 150 anni dell’ecologia. Infatti, era il 1866 quando il biologo tedesco Ernst Haeckel coniò il termine “ecologia” per designare quella disciplina che studia gli esseri viventi nel loro rapporto con l’ambiente. Una parola che negli anni a venire ha assunto una valenza notevole, fino a diventare il concetto chiave della tutela ambientale e dell’equilibrio con la natura. Ne ha parlato, tra gli altri, Alberto Basset, presidente della Federazione delle Società Europee di Ecologia, su Radio3.


Verde speranza

Tuttavia, ci sono state anche delle buone notizie sul fronte della sostenibilità ambientale. Una di queste è che la green economy italiana è fra le migliori in Europa, come rileva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nella Relazione sullo stato della Green Economy 2016.

Cosa ci riserverà, infine, l’anno nuovo? Per esempio, il quotidiano La Stampa ci informa che Pantone – l’azienda leader nella gestione dei colori nel mondo dell’industria e della chimica – ha eletto il “greenery” come colore del 2017. Si tratta di una tonalità che mischia il verde e il giallo simboleggiando una filosofia “ambientalista”.

Certo, vestirsi di verde non sarà affatto necessario per arrestare il cambiamento climatico. Ma può essere un segnale del cambiamento di mentalità della società.

lunedì 5 dicembre 2016

L'Austria dice sì al Presidente verde

Mentre in Italia ha vinto il NO al referendum costituzionale, e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni, nella Repubblica Austriaca è stato eletto un professore ecologista.



“È davvero un giorno storico”, hanno commentato i copresidenti del partito dei Verdi europeo Reinhard Butikofer e Monica Frassoni. “Vincono europeismo e solidarietà”, sono state le prime parole di Alexander Van der Bellen, il candidato dei Verdi diventato il 9º Presidente della Repubblica Austriaca, dopo aver conquistato il 53% di voti. 


Il Presidente “sostenibile”

L’anziano professore ecologista è stato eletto durante la ripetizione del ballottaggio svoltosi il 23 maggio scorso, che Van der Bellen aveva già vinto, ma che era poi stato annullato quest’estate per irregolarità procedurali nello spoglio dei voti per corrispondenza. Lo sconfitto è Norbert Hofer, populista ultranazionalista ed euroscettico appartenente al partito di estrema destra xenofobo, che aveva anche lanciato l’ipotesi di una Oexit, cioè l’uscita dell’Austria dall’Ue. 
Ha vinto invece un figlio di profughi, poiché entrambi i genitori - padre russo di origine olandese e madre estone - emigrarono in Tirolo, all'epoca parte del Reich tedesco dopo l'invasione dell'Estonia da parte dell'Unione Sovietica nel 1940. Van der Bellen è così cresciuto nel Kaunertal, la splendida valle incastonata tra le montagne tirolesi. A Innsbruck inizia la sua carriera accademica come professore di Economia. A Vienna entra in contatto con la politica: prima coi socialdemocratici, in seguito si aggrega al movimento ecologista in occasione delle proteste del 1984 contro una centrale nucleare sul Danubio.



Le reazioni sui social

Van der Bellen, il presidente “sostenibile”, è inoltre portavoce di un'idea di Europa multiculturale e tollerante, sostenendo la solidarietà come risposta alla crisi dei migranti. Esponente dello schieramento progressista, rappresenta perciò il politico che può fermare l’onda lunga di Trump e della Brexit. 

La notizia ha rimbalzato sui social network. Su Twitter Monica Frassoni, Co-Presidente del Partito Verde Europeo, ha cinguettato: “Vince #VanDerBellen #austria verde! Ma anche libera, tollerante, aperta, allegra!!”. Anche Paolo Gentiloni, nostro Ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale, ha espresso il suo parere positivo: “La vittoria di #VanDerBellen in Austria è davvero una bella notizia per l'Europa”. “Spero che Renzi vinca il Referendum”, aveva invece auspicato il neo presidente austriaco. Come sappiamo, per il referendum costituzionale italiano è andata diversamente.

venerdì 18 novembre 2016

Bob Dylan e comunicazione ambientale

Oramai è diventata virale la notizia del “gran rifiuto” di Bob Dylan (nato Robert Allen Zimmerman) ai “parrucconi” di Svezia. Così, se la consegna del Nobel al menestrello del rock già aveva acceso un vivace dibattito tra apocalittici e integrati sulla musica come forma di letteratura, adesso la vicenda si è fatta ancora più scottante.
Proprio nel momento in cui il miliardario Donald Trump – secondo il quale il cambiamento climatico risulta nientepopodimeno che una “cavolata” – pare allora interessante indagare il contributo di Dylan, se non alla letteratura più alta, per lo meno alla comunicazione ambientale.


Il La del movimento ecologista Usa

Effettivamente, l’epoca in cui Dylan ha iniziato la sua carriera artistica ha dato, per così dire, il La al movimento ecologista statunitense, amplificando i malumori del periodo. Durante i cosiddetti Sixties, infatti, la gente incominciò a sperimentare modelli di vita alternativa più vicini alla natura, grazie anche al fatto che alcuni temi ambientali furono introdotti al grande pubblico dalle canzoni di Pete Seeger, Jimi Hendrix, Joni Mitchell e, appunto, Bob Dylan.

Nel 1963, per esempio, Dylan incise A Hard Rain’s A-Gonna Fall, dove viene toccato il tema del rapporto tra uomo, tecnologia e natura. Il brano diede voce alla paura diffusasi tra le persone a causa della corsa agli armamenti atomici. In questo caso, Bob Dylan riuscì a fondere in un nuovo prodotto di massa, destinato al mercato discografico, la popular music e la canzone di protesta a stelle e strisce.


Aria tossica a casa nostra  

Già dai primi versi del pezzo si respira una sensazione di olocausto atomico, descrivendo le malefatte nucleari degli uomini contro una natura incontaminata. L’immagine di un paesaggio di morte e desolazione stride perciò con la dolce armonia degli accordi di chitarra. Il cantautore, in altre parole, intravide i pericoli insiti in certe attività umane, che mettono a repentaglio la salute del pianeta (e dell’uomo stesso ovviamente), comunicando con note e parole la tetra visione di un futuro incerto per la sopravvivenza dell’ecosistema terrestre – la nostra Home Sweet Home.
E cosa succederebbe, allora, se ci risvegliassimo e scoprissimo all’improvviso che il futuro cantato da Dylan assomiglia al nostro presente? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento…



lunedì 31 ottobre 2016

Al Forte di Bard assegnati gli Oscar della comunicazione ambientale

I vincitori del Premio AICA 2016 per la comunicazione ambientale






Il 28 ottobre, al Forte di Bard, hanno sfilato le “star” della comunicazione ambientale, come Paola Maugeri (Virgin Radio e MTV) e la Banda Osiris (musica, teatro, cabaret).

La Banda Osiris per la categoria “Comunicare con i cittadini (attraverso la musica) fa bene all’ambiente”; il Kyoto Club per la categoria “Comunicare i cambiamenti climatici”; Alex Zanotelli per la categoria “Premio alla Carriera Beppe Comin”. Ecco i vincitori del Premio AICA 2016per la Comunicazione Ambientale.

La cerimonia finale si è svolta venerdì 28 ottobre al Forte di Bard. Durante le serata sono stati svelati i nomi degli “Oscar della Comunicazione Ambientale”, ossia personalità, organizzazioni o campagne comunicative che si sono distinte per aver divulgato in maniera efficace le complesse questioni ecologiche.
La giuria ha scelto la Banda Osiris, per la sua formidabile capacità di divulgare le problematiche ambientali in maniera ironica e intelligente attraverso i suoi spettacoli itineranti, utilizzando gli strumenti non solo musicali, ma anche quelli del teatro e del cabaret. I rocamboleschi artisti hanno regalato al pubblico la loro simpatica e contagiosa bravura tecnica.
Il Kyoto Club, invece, rappresentato dalla responsabile dell’area comunicazione Clementina Tagliento, è stato premiato per aver promosso efficaci iniziative di sensibilizzazione nei campi dell’efficienza energetica, dell’utilizzo delle rinnovabili e della mobilità sostenibile, organizzando azioni volte ad arginare l’impatto del climate change.
Il riconoscimento alla carriera, infine, è stato assegnato ad Alex Zanotelli, missionario impegnato a livello sociale e ambientale, ispiratore e fondatore di diversi movimenti tesi a creare condizioni di pace e di giustizia solidale nel mondo. Ha contribuito al volume Curare Madre Terra. Commento all'enciclica “Laudato si'” di Papa Francesco. Ha ritirato il premio Claudio Crimi, altro padre comboniano, che è intervenuto sui problemi dell’acqua pubblica e dell’emergenza idrica.
Ospite d’eccezione dell’evento è stata Paola Maugeri: nota speaker radiofonica su “Virgin Radio”, autrice e conduttrice di programmi televisivi. La dj e vj siciliana ha raccontato ai presenti il suo esperimento ecosostenibile (poi diventato libro), La mia vita a impatto zero. Il progetto consisteva in una serie di azioni virtuose – per la Terra e il benessere dell’umanità –, allo scopo di riflettere sul consumismo e sul mercato che governa il nostro pianeta. Vegana da molti anni, Paola Maugeri ha scritto libri come Alla salute! e Las Vegans.
Inoltre, un piccolo ma significativo esempio “dal basso”, per il loro metodo di lavorare la terra nel rispetto della natura, è arrivato dal Collettivo Agricolo "LA TERRA CHE RIDE”. Si tratta di un gruppo di contadini Valdostani, che si è posto l’obiettivo di promuovere e valorizzare un modo nuovo di coltivare, per produrre frutti bio e a km0, OGM e chimica free, che propongono al mercato contadino, o durante incontri come il baratto e l’aperitivo condiviso.
Un momento simpatico è stato pure il lancio del contributo video dell’artista hawaiano Jack Johnson, il quale ha salutato e ringraziato gli amici italiani di AICA per averlo candidato come finalista al premio.
Al 1° CLASSIFICATO di ogni categoria è andato un albero da frutto di tre anni da
piantumare. Il riconoscimento è stato scelto in relazione alla natura del Premio, legato appunto alle tematiche ambientali. L’albero, infatti, rappresenta un simbolo concreto della vita sul pianeta Terra, che deve tornare ad essere un orto o un giardino dell’umanità. D’accordo con il celebre aforisma di Nelson Henderson: “Il vero significato della vita è quello di piantare alberi, sotto la cui ombra non prevedi di sederti”.

A tutti i FINALISTI sono state poi consegnate le confetture prodotte dall’Azienda Agricola ERICA di Alba (CN), realizzate con erbe spontanee e la frutta nata dagli alberi di Montelupo Albese. In aggiunta, oltre a una pergamena incorniciata, è stato abbinato il libro Prodotti di nicchia di Langhe e Roero (L’artistica editrice), scritto da Roberto Cavallo in collaborazione con la Cooperativa ERICA. All’insegna dello sposalizio tra cultura e natura, e della biodiversità.