domenica 1 marzo 2015

L’ARBITRO di Paolo Zucca * * * *






Commedia in bianco e nero grottesca e a tratti surrealista, per quanto aderente alla realtà dei fatti – nel bene e nel male – del dio pallone. L’arbitro racconta infatti, con sagace tono tragicomico, (anche) gli scandali che nei primi anni duemila (in maniera preponderante) hanno scosso Calciopoli e l’opinione pubblica del Bel Paese, quando la cronaca nera ha sostituito la telecronaca. Tanto che alcune frasi dei dialoghi pronunciati da certi personaggi del film – membri di varie cricche e cupole – paiono invero citazioni dirette di intercettazioni telefoniche, estrapolate alla lettera dai fascicoli giudiziari delle inchieste.

Le corruzioni della Città del calcio, in realtà, rappresentano solo una faccia della vicenda filmica, alternate alle immagini secche e polverose delle gesta rocambolesche di un’armata Brancaleone militante nel campionato di terza categoria sardo. Così, i corridoi del potere della Capitale, adiacenti a saune e terme, si intrecciano coi luoghi bucolici della Sardegna più cruda e selvaggia, tra muretti a secco, paeselli in pietra e campi più o meno erbosi. Il punto è che non si capisce dove finisca la bestialità e inizi la civiltà, in questo affresco vernacolare della macchia mediterranea più aspra e georgica, contrapposta alle profumate ambientazioni delle associazioni sportive. Le due regioni geografiche si incroceranno ovviamente nel finale, per una provvidenziale resa dei conti. La morale di questa favola moderna può allora essere che il giudizio universale alla fine dei tempi (supplementari) arriva; e che un prato brullo e spelacchiato del girone nord-occidentale dell’isola nuragica non è poi così differente rispetto al manto erboso dei sofisticati stadi europei, costantemente – ma evidentemente non abbastanza – monitorato degli occhi delle videocamere.

Sono molti in questa pellicola i riferimenti religiosi: che cos'è d'altra parte Dio, se non l'arbitro per eccellenza delle sorti umane? Innanzitutto, i riti sacrali della terna arbitrale nello spogliatoio dove, tra rosari propiziatori e croci legate al fischietto, sembra di respirare l’odore dell’incenso. D’altro canto il direttore di gara Cruciani (Stefano Accorsi) è un fedele devoto che prega prima di entrare in campo, e quando esce confessa i suoi peccati per chiedere il perdono. In aggiunta, un richiamo biblico sono i vari Giuda (arbitri, designatori e dirigenti sportivi) che comprano e vendono l’anima per parecchi danari, tradendo in questo modo la lealtà del giuoco calcio. C’è poi il fermo immagine sulla cresta del monte, su cui siede un misterioso vecchio che “vede” le malefatte dei uomini e parla ambiguamente. La terra promessa della finale europea diventa così la metafora del paradiso, mentre il rettangolo “verde” del girone di terza categoria l’inferno: ovviamente, solo in apparenza. Una parodia simpaticamente blasfema troviamo inoltre nella trasposizione dell’ultima cena, in cui il centro del tavolo è presieduto da un Gesù coach attorniato dal team degli apostoli. Di tutt’altra drammaticità è invece l’episodio di vendetta che prende avvio nel momento in cui un pastore abbandona il proprio gregge per andare in cerca dell’agnello perduto (sgozzato nel bosco dal cugino caino). Il fair play è dato alle fiamme in questo spaccato di vita ispirato ai codici non scritti della pastorizia, un po’ come nel Far West.

Altra influenza del bravo regista Paolo Zucca è infatti senza ombra di dubbio il genere western, come dimostrano i primi piani diabolici di stopper e mediani pronti per il duello, simili agli eroi sporchi e sudati delle opere di Sergio Leone. Assai evocativa, per esempio, la scena della (pen)ultima partita di campionato, dove i titolari devono attraversare un cimitero di croci prima di entrare in campo, che ricorda il celebre mexican stand-off della sequenza conclusiva de Il buono, il brutto e il cattivo, in cui si svolge il lungo “triello” combattuto tra le tombe di una necropoli. Di tutt’altra natura sono le danze eleganti degli arbitri che si allenano, i cui gesti e movenze spaziano dal repertorio dei balletti classici alle arti marziali (risuona l’eco di Shaoling Soccer).

La tragicomicità del film mostra dunque il gioco del calcio sotto il giogo dei suoi aspetti più ridicoli o deplorevoli, come l’insopportabile disonestà dell’arbitro Murena (Francesco Pannofino), oppure l’accanimento verbale e il linciaggio fisico a cui la categoria arbitrale è solitamente esposta, in quanto capro espiatorio di tifosi inferociti. Ma il lungometraggio esibisce anche il lato sano e pedagogico del soccer, come il commovente discorso dell’allenatore cieco rivolto alla piazza delusa per la sconfitta; oppure il talento di un argentino marziano, innamorato della figlia del mister (impersonata da Geppi Cucciari). Insomma, un lungometraggio per gli amanti veraci del pallone; per chi ha smarrito il valore del gioco; per quelli che criticano indiscriminatamente il calcio in quanto presunto moderno panem et circenses del popolo.

mercoledì 25 febbraio 2015

Alla mia epoca



Alla mia epoca il cemento inghiottiva il sole
e l’erba resisteva rinchiusa in riserve.
La corsa al silicio aumentava la temperatura del cielo,
e le nuvole si scioglievano in uno sfondo grigio.
Alla mia epoca si stava meno insieme:
si preferiva affogare negli schermi e
dentro a bolle di cristalli liquidi.
Alla mia epoca si mangiava male:
qualcuno troppo e altri troppo poco,
e l'acqua sapeva del sangue.
Alla mia epoca le case ospitavano fantasmi,
e carta e metallo
si riciclavano in borsa.
Il tempo scorreva in fretta
senza aspettare nessuno,
tra il freddo della notte ricoperto
da onde luminose e frecce di colore.
Alla mia epoca
regnava il timore
ma i punti di domanda sinuosi non si sprecavano;
finito il gioco e la danza si accartocciavano su se stessi,
umili abbassavano lo sguardo.
Avevano la meglio le marce perfette dei punti esclamativi,
così ordinati e impettiti –
mentre in fila, piccoli e silenziosi
avanzavano ingenui i puntini di sospensione,
avviati da un incerto destino a un respiro profondo
verso il baratro della pagina bianca.

martedì 24 febbraio 2015

BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu * * * * *



Ci sono opere d’arte che meritano forse più di altre questo nome. Sono quelle che, una volta fruite, permettono al beneficiario di effettuare un salto gestaltico, e nella percezione del corrispettivo ambito in cui esse si collocano (cinema, pittura, musica ecc.) e nel più generale campo della propria esistenza. Restringendo il nostro raggio di analisi, possiamo dire che ci sono film che rapiscono fin dai primi secondi di proiezione, rendendo lo spettatore consapevole di trovarsi davanti a un capolavoro. Birdman del regista messicano Iñárritu è senz’altro uno di questi. Ammetto di essere entrato in sala prevenuto, dal momento che la notizia della vittoria agli Oscar 2015 della pellicola in questione (aggiudicandosi ben quattro statuine) era stata data il giorno stesso della proiezione a cui ho assistito. Tuttavia, anche se ovviamente non posso provarlo empiricamente, credo proprio che i miei giudizi sarebbero comunque entusiasti, al di là dei premi vinti.
«Che i generali regolino gli orologi» è lo scioglilingua con cui il protagonista della storia, il vecchio attore Riggan Thompson, si prepara nel suo camerino, prima dell’entrata in scena nel suo nuovo spettacolo teatrale. Ed è anche una frase che potrebbe riassumere efficacemente la vicenda del lungometraggio. Essa è infatti lo slogan dadaistico e naif pronunciato in un momento chiave della storia, che si carica di tensione inchiodando il pubblico alla sua poltrona, sparandolo verso le scene finali.
Birdman è un ottimo esempio di “metacinema”, ossia di un film che parla del film stesso e dei film in generale. E critica causticamente il mondo del cinema e quello del teatro: la Hollywood abitata da celebrità decadute che si credono artisti, e la Broadway invischiata di relazioni promiscue, retta da manager e produttori ancora più viscidi e venali. Tratta dello star system e dei ridicoli tic del divismo, delle sue velleità maniacali e dei suoi consueti scandali.  Mostra la schizofrenia della critica (composta sostanzialmente da attori falliti), che spinge la sua follia fino a scrivere, nella recensione della prima dello spettacolo al centro della narrazione, che «è stato inventato un nuovo genere teatrale, il “superrealismo”, in cui il sangue scorre realmente sul palcoscenico; un sangue di cui a Broadway si sentiva da tempo la mancanza» (citazione non letterale, riportata a memoria). Un lungometraggio che infine spiattella in faccia allo spettatore la torta dolceamara della nuda e cruda verità, che ti fa male lo so. Quando l’uccellaccio supereroe/(alter)ego del protagonista gli ricorda quali sono i gusti (cioè la ricetta del blockbuster action movie tutto mostri ed esplosioni iperboliche), del pubblico, quest’ultimo si trova a metà tra l’esaltazione snob e la severa autocritica.
Ce n’è per tutti dunque in questa affascinante pellicola, dove a salvarsi è, paradossalmente e ironicamente, solo l’ignoranza (The Unexpected Virtue of Ignorance è il sottotitolo originale). Ecco che allora alla base di questo ricercato elogio della follia vi è senz’altro La società dello spettacolo di Guy Debord. Le sequenze proiettate sono altresì sferzate contro il mondo virtualmente social degli adolescenti, dove la presenza in rete conta senza dubbio di più che non quella fisica. Ma il film non predica moralisticamente dall’alto del pulpito; piuttosto, esso descrive fotograficamente l’attuale società, senza scomodarsi in facili quanto ipocrite sculacciate borghesi.
Meritano un discorso a parte le musiche del film, che svolgono un ruolo fondamentale, così perfettamente integrate con i fotogrammi. Nei momenti “reali”, lo sguardo lucido dell’obiettivo è accompagnato soltanto dalle dinamiche di una batteria (il percussionista nero compare anche due volte, una “vera”, l’altra “immaginata”). Invece, le visioni allucinanti dell’uomo-uccello sono amplificate da un comparto armonico e melodioso di sviolinate, con archi e strumenti da imponente colonna sonora a tutti gli effetti. Per questo motivo, assume rilevanza la scena finale, in cui l’incipit di piatti e grancassa smuove il timpano sino al decollo in volo della soundtrack. Altro segno distintivo del lungometraggio è il ritmo, dei dialoghi frizzanti e sarcastici, dei gesti circensi e delle azioni strampalate dei personaggi impersonati da ottimi attori, che stanno al gioco delle parti, in ogni senso.  
La dimensione più intrigante del film (che può essere letto a molti livelli), però, è forse il costante alternarsi tra realtà e finzione, nella zona d’ombra della verosimiglianza tipica dell’arte, in cui non-verità e non-falsità dondolano a braccetto. Le tradizionali categorie logiche di verità e falsità, infatti, non paiono più sensate nella contemporaneità a cristalli liquidi, e l’apparenza si insinua ovunque negli interstizi della trama. Vita e rappresentazione si intrecciano, come i mille volti di un Giano polifronte, trasformista camaleontico tra quinte e sipario. Ermeneutica e psicanalisi sono chiamate in causa in questa commedia nera di difficile etichettatura, per cercare di interpretare sindromi e complessi dei personaggi tragicomici che tutti noi siamo – uno, nessuno, centomila Zelig anonimi in cerca di visibilità e ricordo per il nostro effimero passaggio sulla crosta terrestre. Così, il rotolo di carta igienica tratteggiato dalla figlia di Riggan Thompson (ex tossica), in cui solo uno strappo corrisponde alla storia dell’umanità sulla faccia del pianeta, diviene immediatamente il simbolo del sacro non-senso della vita. Agli occhi dello spettatore è pertanto rap-presentata l’altalena dell’ambiguità, su cui giocano maschere e travestimenti, in questo eterno palcoscenico carnevalesco che, in fin dei conti, è la vita.