Non
sappiamo ancora se le macchine possano pensare. Ma adesso sappiamo che possono
scrivere. E scrivere piuttosto bene, tanto da essere scelte tra i finalisti di
un concorso letterario (per esseri umani). Non è l’inizio di un film di
fantascienza, bensì una recente notizia di cronaca venuta dal Giappone. Un
robot ha infatti scritto un romanzo, elaborando i codici che gli hanno fornito
i suoi sviluppatori. Nel dettaglio, il cyborg letterato è stato in grado di intrecciare
tra loro parole e frasi di un testo già esistente, componendo alla fine una
trama (a quanto pare avvincente) in cui i personaggi agiscono e dialogano in
modo abbastanza originale.
Chissà
se il romanziere computerizzato, il cui racconto è arrivato ovviamente anonimo
ai giudici del concorso, riuscirà a vincere il premio. Nel frattempo, si dovrà
forse anche parlare di creatività artificiale, oltre che di intelligenza
artificiale. Certo, dietro all’estro dell’androide c’è pur sempre un team di
scienziati, i quali hanno ammesso che circa l’80% dell’opera dipende dalle loro
direttive. Perciò, dato che la creatività artistica implica appunto una
creazione dal nulla (produrre qualcosa di nuovo che prima non c’era), gli
scrittori in carne e ossa possono stare tranquilli. Almeno per un po’.
Il
“manoscritto” in questione pare comunque ben strutturato a livello narrativo,
anche se probabilmente scritto con una tecnica, diciamo, fredda e meccanica.
Già in passato un robot aveva sconfitto un uomo al gioco di degli scacchi. Ora,
dopo la macchina da scrivere, ecco la macchina che scrive. Siamo sempre più
vicini, insomma, al giorno in cui una mente elettronica riuscirà a superare il
noto test di Turing, l’esame per determinare se un computer può pensare, ideato
nel 1950 dal britannico Alan Turing, uno dei padri dell’informatica, a cui sono
dedicati due film di qualche anno fa: Enigma
(2011) e The Imitation Game (2014).
Sembra
allora proprio il caso di riformulare il titolo del famoso romanzo
fantascientifico di Philip Dick del 1968, Ma
gli androidi sognano pecore elettriche? (meglio conosciuto come Blade Runner, dalla versione cinematografica
di Ridley Scott): “Ma gli androidi sono ispirati de muse elettriche?”
«Ma
che cos’hai nella testa?». Quante volte ci hanno fatto questa domanda, specialmente
durante la nostra giovinezza! Cosa c’è nella testa di una ragazzina di 11 anni:
è ciò che cerca di mostrare questo assoluto capolavoro d’animazione della
Pixar. “Inside out” è infatti in gran parte ambientato all’interno
dell’apparato biopsichico della protagonista, di nome Riley, figlia unica di
una coppia appartenente alla middle class
statunitense. La struttura architettonica del film si regge, in particolare, su
uno schema a specchio, potremmo dire, in cui le scene esterne (situazioni di
vita comune) vengono osservate da un punto di vista decisamente inusuale, ossia
da dentro la nostra macchina corporea e spirituale, appunto.
I
creatori di questo cartone animato hanno davvero messo in moto tutta la loro
bravura creativa, immaginando in qualche modo com’è fatto e come funziona il
nostro io, sia superficiale che profondo. Il risultato è un manuale di
psicanalisi a fumetti, pieno di forme e figure bizzarre e suggestive. Per
esempio, la memoria a lungo termine è rappresentata come un enorme database,
dove vengono collocati i ricordi che meritano di essere conservati nel tempo, paragonati
a delle biglie colorate. Un variopinto archivio delle esperienze
dell’esistenza, dunque, associate a precisi sentimenti.
I
personaggi che animano il nostro ego, nel dettaglio, sono cinque: Gioia (simile
a una stella lucente e dorata), Rabbia (mattone rosso fuoco), Disgusto
(broccolo verde acidulo), Paura (nervo viola pallido) e Tristezza (lacrima blu
e ingombrante), caratterizzati da gesti e atteggiamenti tipici delle emozioni
che impersonano. Essi sono per così dire le maschere della commedia dell’arte
che ogni giorno viene recitata sul palcoscenico della nostra soggettività. Il
postmoderno, d’altronde, ci insegna che l’identità è nient’altro che una
costruzione di stampo borghese: il soggetto propriamente non agisce bensì
subisce flussi di forze che lo attraversano e lo plasmano continuamente. In
questo modo, l’individualità tanto esaltata dalla modernità si scopre un reale subjectum: assoggettato da
sovrastrutture e sottostrutture impersonali. Pertanto, la camicia di forza sociale
brevettata dalla moralistica e spesso ipocrita etica della borghesia viene
lacerata. A partire dai cosiddetti “maestri del sospetto”, secondo la felice
espressione coniata da Paul Ricœur. Nietzsche, Marx e Freud svelano la falsa
coscienza dell’epoca moderna, fiutando nell’aria quei “grandi racconti”
ideologici denunciati poi ufficialmente da Jean-François Lyotard, il teorico
del postmodernismo per eccellenza.
Proprio
Sigmund Freud è uno degli autori chiamati in causa in “Inside Out”, cosparso di
sottili riferimenti letterali e filosofici, che corrispondono a puntuali (anche
se impliciti) riferimenti d’un certo spessore. Per il neurologo austriaco Ego,
Es e Super-io costituiscono una sorta di iceberg interno alla nostra anima,
tripartita in inconscio, coscienza e preconscio. Il subconscio è qui quasi un
subcontinente che alberga la nostra selva interiore, in cui la cinepresa
virtuale stana i forestieri che vi abitano. Tali temi sono stati trattati
prolissamente dai filosofi esistenzialisti, per esempio, e qui diventano –
direi magicamente – un caleidoscopio di immagini e metafore incantevoli.
Come
sappiamo, Freud considerava i sogni la via maestra per decifrare il linguaggio ermetico
del nostro Io più abissale. Nel lungometraggio analizzato l’universo dei sogni
compare sotto forma di cinema onirico: una sala situata dietro ai nostri occhi,
in cui il nostro cervello proietta sul maxischermo storie fantastiche o incubi
terrificanti. Di magistrale inventiva sono anche le isole che compongono
l’arcipelago della nostra personalità: famiglia, amicizia, il luna park dello
svago ecc., collegati alla terraferma, vale a dire la torre di comando del
sistema nervoso centrale. Il film riesce inoltre nella pressoché impossibile
impresa di farci commuovere per una cosa inesistente. La scomparsa in
dissolvenza dell’amico immaginario della protagonista è assolutamente
struggente, per lo spettatore di ogni età.
Ancora,
nell’opera suddetta vediamo in un certo senso che cosa succede dentro di noi quando
eventi esterni interferiscono sulla nostra routine, scombussolando riti e ritmi
della quotidianità. Altresì degno di nota è il disegno del regno
dell’immaginazione, abitato da personaggi originali e rocamboleschi. Al
contrario della dimensione monocromatica logico-razionale, in cui le cose
assumono l’aspetto freddo di figure geometriche distorte. Come non pensare
allora al celebre saggio del 1964 di Herbert Marcuse (uno degli esponenti più
noti della Scuola di Francoforte, nonché ispiratore della contestazione
giovanile del Sessantotto), L’uomo a una
dimensione. Riduzionismo neopositivista, pensiero utilitaristico,
funzionalista e strumentale; ossia il fondamento teorico che mostra come gli
adulti omologati dalla globalizzazione dei consumi tendono a ragionare, cioè mediante
categorie argomentative che livellano la complessità della realtà, sezionandola
e analizzandola, anatomizzandola e semplificandola eccessivamente.
Esplorando
lo spirito umano, quindi, attraverso un viaggio nei luoghi reconditi del
carattere di una ragazzina, che porta in sé un pezzo di ciascuno di noi, per
scoprire i meccanismi della sua e della nostra psiche. Alla ricerca della
galassia contenuta nel nostro microcosmo interiore: un cabaret tragicomico, una
carovana di tipi eccentrici che mettono in scena le turbolenze e le amenità
della vita umana.
La
morale di questa magnifica favola postmoderna è illuminante ed edificante,
raccontando il Bildungsroman della
graduale maturità del nostro passaggio terrestre. Alla fine del film, nel
grande magazzino dei ricordi si forma infatti una biglia ibrida, poiché Gioia e
Tristezza si fondono in maniera alchemica per dare vita a una sorta di tao in
cui il blu e il giallo si abbracciano, generando una tonalità sfumata, che
rompe quegli schemi consolidati che ripartiscono nettamente le emozioni secondo
canoni precisi. I due stati d’animo, all’inizio mal conciliabili, scoprono
insieme la ricchezza dell’alterità, fondamentale nella progressiva costruzione
di strategie efficaci per proseguire l’eroico gioco della vita, dove le lacrime
sono il frutto sia del pianto sia della risata, dove «gioia e dolore hanno il
confine incerto», come canta Fabrizio De Andrè nella poetica ballata “Ave
Maria”.
Concludendo,
aspettiamo tutti impazienti “Inside Out 2”, per seguire l’arduo passaggio dalla
giovinezza all’adolescenza di Riley, magari con l’arrivo di un fratellino o di
una sorellina e, perché no, col ritorno di Bing Bong: l’indimenticabile amico
immaginario dall’aspetto d’un gatto con proboscide, fatto di zucchero filato rosa
che, quando è triste, piange caramelle.
Ecco la schizofrenia del virtuale mondo della
finanza al tempo
dell’ultracapitalismo. Il lungometraggio The Wolf of Wall Street di
Martin Scorsese è in ultima istanza un western ambientato agli esordi del WWW: da
World Wide Web a World Wild West. Dove l’irrazionalità delle transizioni
finanziarie iperliberiste è spiattellata sulle pupille dello spettatore a colpi
di bolle speculative su valute e valori – i nuovi proiettili della Borsa; i
nuovi bubboni della peste occidentale postmoderna. Dove la “growthmania”
di un sistema economico non reale è la legge selvaggia del business-man/cow-boy
che alleva mandrie di consumatori paranoici. Dove l’obiettivo tipicamente
borghese di fare soldi è perseguito non tanto per il piacere della ricchezza in
sé, quanto piuttosto per il gusto della competizione, del rischio, dell’azzardo
‒ il rodeo sul toro furioso simbolo di Wall Street come, in definitiva, uno
sport estremo. Detto altrimenti, il film appare una specie di horror demenziale
in cui emerge tutta la pazzia della logica del profitto a tutti i costi in un
cocktail di alcol, droga e orge.
La pellicola, del 2013, è tratta dall’omonima autobiografia di Jordan Belfort, spregiudicato agente di
cambio newyorkese impersonato qui da Leo Di Caprio. Il protagonista è infatti un
intermediario finanziario cocainomane e nevrotico, attivo nella Grande Mela a
cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 del XX secolo. Egli incarna il perfetto yuppie
avido, ambizioso ed edonista; il self
made man che, come un Robinson Crusoe postmoderno, sbrana quotidianamente le
proprie prede nella jungla d’asfalto e cemento della metropoli statunitense,
affidandosi però ai confort dei paradisi fiscali.
In seguito a una crisi finanziaria, Belfort istituisce un’agenzia di
brokeraggio che in breve tempo gli regala pecunia, femmine, amici/nemici e un
vario listino di stupefacenti. Il suo ufficio si trasforma così in un parco
divertimenti esuberante, un quotidiano carnevale dei folli governato da cinico
isterismo; un bordello allestito per feste in maschera dove buffoni e altre
oscene attrazioni circensi aumentano il livello di baldoria delirante. Ma il
suo allucinante regno dorato cade a pezzi, rosicchiato a poco a poco da un’inchiesta
dell’FBI. L’esito sconvolgente,
tuttavia, è che una volta scontata la detenzione, Jordan Belfort intraprende
una nuova spumeggiante carriera come apprezzato conferenziere, tenendo seminari
sulle strategie di marketing.
Tra una puntata di “Chi vuol esser milionario?”, una partita a Monopoly e la decadenza famigliare descritta ne I Buddenbrook di Thomas Mann, l’opera cinematografica in questione svela
perciò certe mostruose manie ossessive dei Paperon de’ Paperoni della modernità
liquida, come direbbe il sociologo polaccoZygmunt Bauman. Gli odierni ricercati dagli sceriffi
dovrebbero dunque essere alcuni brokers e traders che giocano
d’azzardo puntando e bluffando su titoli e azioni, in questo nuovo elogio della
follia, con buona pace di Erasmo da Rotterdam. Non è infatti un azzardo dire
che le sorti di gran parte del mondo si giocano oggigiorno a Wall Street, la
piazza affari del pianeta dove si specula su materie prime come cereali o
legumi, in duelli virtuali e a volte mortali per chi si trova disarmato
dall’altra parte del globo. Nella nostra S.p.A. (società per azioni)
postmoderna, tutto rischia effettivamente di diventare mercanzia da
compravendita, di tendenza o fuori moda, cui attribuire un prezzo, inserire in
un listino e mettere in vetrina.
Allora The Wolf of Wall Street,
oltre a essere una commedia nera tremendamente drammatica, è pure un gangster
movie contemporaneo che ritrae la malvivenza di delinquenti invisibili, assurti
però al ruolo modelli di vita invidiati dalle masse. Il film, infine, riprende
lucidamente l’esito surreale in cui il postmoderno
consumistico-tecnocratico ci ha pilotati: una crescita produttiva esponenziale,
un capitalismo al quadrato, quasi un videogioco totalmente staccato dal Pianeta
Terra. La vita 2.0 è appunto una second life illimitata ma scontata,
come un aperitivo all inclusive e all
you can eat dove liquidi solo il bere. Poco male se il mondo gode solo a
metà: tutto sommato, è un offerta imperdibile.
Ha suscitato scalpore e curiosità, non solo nel mondo della settima arte, il fatto che adesso bisognerà parlare del celebre filmThe Matrix(quattro Oscar) come di un’opera delle sorelle Wachowski. Infatti, anche Andy (nato Andrew) ha rivelato la sua “evoluzione” come Lilly. In passato era stato il fratello maggiore, ossia Larry (nato Laurence) a trasformarsi in Lana. Ora i due formidabili cineasti di Chicago, divenuti famosi dopo aver diretto la geniale trilogia di Matrix, escono allo scoperto facendo pubblicamente outing e presentandosi come donne transgender. Cambiare corpo per trovare la propria identità: la saga degli ex fratelli Wachowski sembra già di per sé una intrigante sceneggiatura per un eccentrico movie hollywoodiano.
D’altra parte, temi quali i concetti di rappresentazione e transizione, di universi paralleli, di reincarnazione e destino sono tutti ben presenti nelle loro pellicole (CloudAtlas,Jupiter), a partire dal film d’esordioBound(1996), reputato oramai un classico lesbo. Le due hanno anche girato una serie tv, dal titolo “Sense8”, basata sul fenomeno della telepatia. Ma c’è un’altra serie tv che sta riscuotendo successo in questo momento, vale a dire “Transparent”, trasmessa da Sky Atlantic, che tratta di un padre di famiglia in pensione il quale decide di palesarsi come trans.
La notizia che riguarda le Wachowski è commentata da un bell’articolo dello studiosoMassimiliano Panarari su La Stampa. Panarari si sofferma sulla poetica dei loro film, incentrata sulla costante contaminazione di generi, sul duello tra reale e virtuale, com’è tipico dell’estetica del postmoderno. Sempre su La Stampa compare un’analisi di Gianni Riotta, che parte dalla nozione di metamorfosi in Ovidio: una tematica da sempre discussa e che oggi corrisponde alla nostra ultima frontiera. Nell’epoca
della bioingegneria e della robotica, infatti, le questioni dell’ibridazione tra
uomini e animali, OGM, chirurgia plastica, cyborg e intelligenze
artificiali non sono più oggetto di fantascienza. Come non pensare, allora, pure al racconto di KafkaLa metamorfosi, che inizia in questo modo: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo».
È inoltre uscito da poco al cinemaThe Danish Girl, film biografico che segue le due vite di Einar Wegener, pittore attivo nella Copenaghen degli anni ’20, prima uomo e poi donna col nome di Lili, il suo alter ego. Il personaggio del lungometraggio, diretto dallo stesso regista deIl discorso del re, è magistralmente interpretato da Eddie Redmayne, che aveva già prestato il suo corpo per impersonare il noto astrofisico inglese Stephen Hawking. Ancora, sta per essere proiettato in sala il terzo capitolo diKung Fu Panda, dove si scopre finalmente il mistero delle sue origini. Il protagonista Po trova infatti il suo padre biologico, che gli farà da genitore insieme a quello adottivo, ossia l’oca Mister Pig.
Sono questi tutti segni di una società, la nostra, costantemente in evoluzione, specialmente in questi anni così mutevoli e precari, che si rincorrono frettolosamente l’uno dopo l’altro. L’argomento dei valori delle nuove famiglie, in particolare, sta interessando l’attuale dibattito politico nostrano, alimentato dalla proposta di legge Cirinnà su maternità surrogata e adozioni e, in aggiunta, fomentato dalla paternità di Nichi Vendola, ex governatore della Puglia. Riportiamo, infine, un estratto dell’intervista in cui Lilly (fu Andy) Wachowski racconta la sua “mutazione”: «Usiamo Maschio e Femmina come definizione dogmatiche, come se passassimo da un polo all’altro di un linguaggio binario, 0 e 1». Insomma, l’organo sessuale crea identità? Il nostro ego è determinato dalla natura o dalla cultura?