lunedì 19 agosto 2019

Lo sciopero dei manichini


I manichini del grande magazzino entrarono in sciopero. Era ormai l’orario di chiusura, quando le code si creano in prossimità delle casse. Quei fantocci di plastica, che fino ad allora erano sempre stati immobili in mezzo alla gente che passava distratta, di colpo si animarono. Quegli spaventapasseri alla moda vagamente sessuati, quelle vetrine tridimensionali agghindate secondo le tendenze stagionali, che si ergevano come statue classiche, scolpite seguendo gli attuali parametri estetici, presero infine vita. Ai bambini arroccati sui carrelli sembrò di trovarsi magicamente nel pieno di un racconto fantastico, come all’interno del paese dei balocchi, dove decine di Pinocchio iniziavano inspiegabilmente a muoversi; oppure dentro al laboratorio di un elegante Dottor Frankenstein, dove mostri graziosi si trasformavano in esseri viventi. Commessi, cassieri e clienti osservavano impietriti quella inedita sfilata. Dopo aver mosso i primi passi, i manichini si raggrupparono per poi mettersi in marcia, fino a formare un corteo silenzioso tra i vari reparti del centro commerciale. Con le loro movenze irrigidite, simili a robot dall’aspetto umano, ma privi di occhi e cavità interne, raggiunsero le porte automatizzate del supermercato, che rimasero aperte. Qui si schierarono l’uno accanto all’altro, voltando le spalle agli scaffali ricolmi di merci, rivolti verso il parcheggio. Nel frattempo, la sirena antifurto continuava il suo insopportabile lamento.




Polenta e kebab


In principio fu “Lambrusco e pop-corn” di Luciano Ligabue, canzone scanzonata in maniera piuttosto seriosa, di un album al gusto di albume. Come è possibile vivere tra la via Emilia e il West, ossia sognare la vita da star portandosi sulla pelle le cicatrici ombelicali della provincia? È lecito abbinare il nobile vino rosso con il mais scoppiato, come se la nostra stessa esistenza fosse un film hollywoodiano da proiettare in un drive-in della Bassa? Era la domanda a cui cercava di dare una risposta artistica il rocker di Correggio. Era il 1991, lo stesso anno in cui il porto di Brindisi fu invaso da una massa indistinta di albanesi, teste e corpi abbrustoliti dal sole del Mediterraneo. La penisola dei famosi si scoprì Terra Promessa. Da quel momento seguirono altri sbarchi, altre invasioni, altre teste bruciate dal sole: marocchini, gente di colore, romeni nel Bel Paese stagionato.  D’altra parte, l’invasione fu una costante nella storia Stivale, che ora si scopre di gomma, e attraccato costantemente da gommoni. E come non pensare che anche i grandi fratelli d’Italia furono profughi, verso la Merica, dopo che sulla terra del meridione di Teano si incontrarono terroni e polentoni.

Di ritorno da quell’America che si pensava India, Cristoforo Colombo portò con sé il mais o granturco, dalla cui farina le popolazioni dell’Italia settentrionale impararono a fare la polenta. Cibo di magra, a volte unico alimento per tenersi in piedi durante le malore contadine o montane. Per la sua preparazione, la polenta necessita di pazienza: occorre girare e girare, affinché non rimanga troppo dura. I nonni piemontesi raccontano che spesso di appendeva un’acciuga che scendeva al centro del tavolo, dove sedevano bocche da sfamare dopo una dura giornata di lavoro. L’acciuga serviva da condimento, da toccare con un pezzo di polenta, che di per sé ha un gusto abbastanza insipido, ed è pesante da digerire.

Per amalgamare la polenta serve l’acqua, come quella del Mediterraneo dal cui fondo gridano persone umane. Ma non riusciamo ad ascoltarle. Granoturco: “turco” come il kebab, ossia esotico, lontano, diverso. Per convivere ci vuole molta pazienza, e l’intelligenza è forse l’ingrediente di cui la società necessita per amalgamarsi.  L’integrazione tra etnie diverse risulta spesso indigesta. Proprio come la polenta e il kebab. Ma la scienza insegna che senza innesto gli alberi da frutto non producono, e sono condannati alla sterilità. Una lezione ci è fornita anche dalla storia: l’imbastardimento rappresenta un’iniezione di linfa vitale per un popolo che, senza l’assiduo confronto con l’Altro, è destinato a estinguersi.




Il signore con la mosca al guinzaglio


È da un po’ di anni a questa parte che si è consolidata la consuetudine di avere un animale domestico da compagnia. Ossia una bestiola, presumibilmente fedele nei confronti del suo padrone, da tenere in casa o in giardino. Compito del padrone è dimostrarsi severo e affettuoso al punto giusto, ponderando premi e punizioni, in modo da addestrare il pet (come lo chiamano gli inglesi) in maniera adeguata. Anche se, purtroppo, il destino di alcuni di questi amici dell’uomo è, dopo essere stati abbandonati sul ciglio delle autostrade o condannati al randagismo, di morire come mosche.
Ora, c’è chi possiede un cagnolino/one, chi un micio, chi un criceto, chi un coniglietto, chi delle tartarughe, chi i pesci rossi. Tuttavia, nel mondo in cui viviamo, bombardato continuamente da nuove mode e tendenze, tra cui quella dell’esotismo, non è raro incontrare persone che allevino un’iguana che gira tranquillamente in salotto, serpenti velenosi sulla mensola della cameretta, ragni pelosissimi di fianco al cuscino. D’altronde, è la democrazia. Eppure, mai nessuno aveva ancora osato avere come fiera da compagnia una mosca. Tale è l’inconsueta scelta di un normale avvocato sulla cinquantina, il Signor Eugenio Ditterio.  

            Il Signor Ditterio tutti i giorni, con tanto di guinzaglio e collarino, portava a spasso il suo personale insetto, che aveva chiamato Aralda. Alle 16 in punto inaugurava la passeggiata per i marciapiedi della città, con quell’aria fiera e baldanzosa. Il Signor Ditterio è un ometto basso ma largo, con una pancia tonda come un’anguria. La testa somiglia a una biglia liscia e lucida; tra le guance costantemente scarlatte compare un nasino da maialino, su cui s’appoggiano un paio di lenti rotonde che riparano due occhietti scuri e sottili. A completamento di quella faccia a forma di luna piena spuntano due baffoni neri arricciati all’insù i quali, insieme alla mosca sotto il labbro inferiore, formano una specie di pizzetto, comunque ben curato.
Quando il Signor Ditterio usciva dalla porta della sua nobile dimora, situata nel centro urbano, eseguiva sempre i medesimi gesti, che oramai noi del posto conoscevamo a memoria. Dapprima dava un’occhiata al cielo per capacitarsi delle condizioni atmosferiche; in seguito indossava la sua bombetta marrone; dopodiché gettava lo sguardo sull’orologio da polso; portava poi fuori dall’androne il guinzaglio con Aralda; infine si voltava di schiena per chiudere le serrature dell’uscio. Tutti i santi giorni la stessa collaudata cerimonia.
Dopo aver sceso i quattro gradini di marmo che ornano l’entrata del palazzo, il Signor Ditterio e la fida Aralda incominciavano la loro quotidiana passeggiata delle ore 16 spaccate. Non appena svoltavano l’angolo della via in cui risiedevano, l’avvocato attaccava a fischiettare, come un usignolo un po’ obeso – ogni dì una melodia diversa, sicché si pensa che sia un buon intenditore di musica. Era solito procedere con il busto sbilanciato all’indietro e, ogni volta che Aralda sentiva il bisogno di fermarsi un momento, anche il Signor Ditterio si bloccava, in attesa di un impercettibile segnale dell’insetto che lo invitasse a riprendere la marcia. I più attenti del quartiere sostengono che sul collarino della mosca sia inciso il nome dell’insetto oltre che il numero civico dell’abitazione, evidentemente come riferimento in caso di smarrimento. Alle 16,30 eccoli entrare puntualmente nel Caffè da Chicco, dove consumavano rispettivamente un cappuccino macchiato tiepido e tre gocce di acqua-letamata, la specialità della casa. Dopo la breve sosta i due ripartivano per rincasare: esattamente alle 17,30 tornavano tra le mura domestiche.
Durante le loro tranquille camminate pomeridiane, il Signor Ditterio e la mosca Aralda non erano disturbati da nessuno, giacché oramai i loro concittadini erano avvezzi a tale stravaganza, vale a dire un uomo che porta in giro una mosca col guinzaglio. Soltanto i ragazzini delle scuole, gli unici ancora incuriositi da un evento così bizzarro, si divertivano a seguire il loro abituale percorso, nascosti nei cespugli o dietro alle automobili parcheggiate. Pure per quei pochi turisti che si trovavano per caso in città un uovo gigante in panciotto, che si faceva guidare da un insetto col cinturino, era davvero una scena fuori dal comune, una specie di attrazione gratuita.

            Chicco del Caffè da Chicco, si sa, sa tutto di tutti. Dal suo bancone vintage di vetro ci sta narrando che la prima donna delle pulizie del Signor Ditterio era andata a spifferare a chiunque incontrasse che, all’interno di una delle innumerevoli sale della reggia, ce n’era una interamente dedicata al minuto volatile, con tanto di due ciotole (una per il cibo e l’altra per le bevande), un collarino e un guinzaglio di ricambio, una copertina in seta donata da una ricca prozia deceduta e addirittura una cuccetta in bronzo fatta costruire dal più abile artigiano della provincia.
- ...E poi com’è che è stata licenziata questa donna delle pulizie? - chiede Alz lo smemorato al nostro barista di fiducia.
- Ma te l’abbiamo già detto quarantasei volte! - inveisce adirato Mitra il mite.
A questo punto interviene Svizzera a placare gli animi già riscaldati dallo spirito dell’acqua tonica corretta:
- Su Chicco, raccontacela di nuovo! -
Così Chicco riattacca con la storia per l’ennesima volta e noi stiamo ad ascoltarlo divertiti e compiaciuti.
            Girano, infatti, molte leggende più o meno veritiere su questa losca faccenda. La più avvincente è la versione secondo cui tale inserviente sia stata congedata dal Signor Ditterio dopo che, durante un assolato post pranzo di agosto, aveva tentato inconsciamente di schiacciare con le mani Aralda, la quale svolazzava tra i lampadari di cristallo della sala per gli ospiti abbastanza rumorosamente da disturbare l’innocuo pisolino che la domestica cercava invano di schiacciare. Al violento schiocco di palmi, il Signor Ditterio si alzò di scatto dal suo sofà imperiale e vide con estremo dolore che, sul tappeto siriano, stava agonizzando inerme il suo docile animaletto, il quale con l’unica ala rimasta integra invocava disperatamente aiuto.
Preso dallo sgomento, il Signor Ditterio si gettò tra le zampine della bestia e, straripante di lacrime, comandò repentinamente alla domestica di telefonare alle seguenti istituzioni nel seguente ordine: pronto soccorso, guardia medica, veterinario, carabinieri, polizia, pompieri, protezione civile, gli alpini, squadra artificieri, unità mobile antimafia, Vespa Club e il M.L.N.N.G. (Movimento di Liberazione Nazionale Nani da Giardino). L’inserviente, anch’essa in preda al panico e tanto spaventata quanto imbarazzata per l’incidente da lei stessa causato, chiamò in fretta e furia tutti quei numeri di telefono. Fatto sta che in quattro e quattr’otto il salone per gli ospiti era pieno imballato di divise e uniformi sgargianti e pluridecorate, tanto che un vecchio alpino dalle coronarie già fragili svenne per la mancanza di ossigeno.
Ogni rappresentante delle varie forze militari, paramilitari e non, tentò dunque con ogni sua forza di rianimare la dolce Aralda, che continuava a giacere a terra tra le dita sudaticce del Signor Ditterio, intento a fare aria con la bombetta marrone. Un volontario del pronto soccorso constatò la frattura scomposta di un’ala mentre un membro della guardia medica decretava già il decesso avvenuto. Intanto che un poliziotto componeva il numero delle pompe funebri, un pompiere si stese sul tappeto e avviò la respirazione a bocca a bocca con la mosca rantolante.
All’improvviso un carabiniere, presumibilmente non in forma smagliante data la cera verdastra del volto, mise in moto il suo deretano e lasciò partire una sonora scoreggia stratosferica che rimbombò tra le pareti in carta da parati per almeno sette secondi, come dichiarò successivamente l’ammiraglio del M.L.N.N.G. il quale, esterrefatto da cotanta potenza, aveva azionato il suo preciso cronometro. Gli artificieri indossarono immediatamente le maschere antigas e, con sofisticatissimi apparecchi, registrarono il livello di radioattività concentratosi nella zona ormai contaminata. Nel frattempo un geologo, confluito chissà come nell’unità mobile antimafia, lanciò l’allarme sismico da codice rosso, cosicché le forze dell’ordine si allarmarono e misero la stanza in totale disordine. A causa di tutto quel trambusto l’alpino svenuto si riprese ma, sfortunatamente, il turbine puzzolente lo investì con tutto il suo fetore facendolo ricadere, questa volta, in uno stato di coma profondo.
Di colpo il miracolo assolutamente inaspettato: la donna delle pulizie decise di spalancare le finestre per salvare il salvabile; l’aria di fuori, mescolandosi con l’uragano del carabiniere, creò una corrente interna che si diresse verso il tappeto siriano. Le punte dei baffoni del Signor Ditterio si abbassarono sconsolate e, in breve tempo, assunsero una colorazione ocra. Ma, appena il maleodorante vortice penetrò nella minuscola proboscide della mosca, a un tratto il soffio della vita alitò nuovamente nell’esile corpicino, il quale riprese conoscenza tra la commozione indescrivibile dei presenti. Tutti, tranne l’abbattuta penna nera, commentarono il prodigio con un fragoroso applauso corale. Adesso il Signor Ditterio piangeva, però, di gioia e continuava a sbaciucchiare la peluria facciale della sua Aralda, ripetendo in continuazione: «Non voglio perderti mai più, non voglio perderti!».

            Qualche giorno dopo il sinistro, mentre proseguiva la lenta convalescenza della bestiola, il Signor Ditterio avviò una serie d’indagini serrate per capire che cosa fosse realmente successo quel mostruoso pomeriggio di terrore, dal momento che la domestica si dimostrava reticente e si proclamava estranea al misfatto (probabilmente per paura di perdere il lavoro). Nel frattempo, la notizia finì su ogni quotidiano e fece il giro di tutti i TG nazionali e internazionali, tanto che la tranquilla cittadina fu invasa da sciami di troupe giornalistiche che, coi loro furgoni, intasarono ogni angolo di strada.
Di lì a poco furono organizzate delle vere e proprie “gite dell’orrore”, cioè escursioni guidate sul luogo del delitto che attirarono decine di migliaia di persone. Vista l’inaspettata ondata di “turisti della tragedia”, il sindaco ordinò di installare una serie di bancarelle intorno alla reggia del Signor Ditterio, dove venivano smerciati i gadget più svariati, tra cui il profumo ‘Scoreg n°5’, che divenne subito un must delle fashion victim. Contemporaneamente, sul web impazzarono gli occhiali a mosca, ultimo trend delle nuove generazioni. Come se non bastasse, gli addetti alla stampa misero in piedi un camping a tutti gli effetti con tanto di zona barbecue e area pic-nic.
Accanto ai venditori delle bancarelle, divenuti incredibilmente miliardari, si formarono pure gruppi di arditi manifestanti che protestavano violentemente contro il disumano trattamento cui i ditteri di tutto il pianeta sarebbero sottoposti. I rivoltanti organizzarono pertanto qualche corteo per la città scandendo ad alta voce i seguenti slogan: «No ammazza-mosche!», «Insetticida non ne vogliamo!», «Ronzeremo fino alla morte!». Tuttavia, all’interno della coalizione, ben presto si formarono due fazioni avverse che si diedero battaglia a vicenda: da una parte lo schieramento reazionario-conservatore dei “Mosca cieca” e, dall’altra, l’ala degli “Zitti e mosca”, alquanto più democratica.
Nel giro di una settimana, sul più noto palinsesto televisivo locale fu mandata in onda una puntata speciale in cui i vari ospiti, molti dei quali erano opinionisti provenienti da vari reality show, cercavano di ripercorrere passo dopo passo la sequenza del dramma sfiorato. Nello studio televisivo era anche stato mirabilmente costruito un modellino di plastica che riproduceva in scala gli interni della lussuosa dimora del Signor Ditterio, la quale venne ribattezzata “Il vaso di Pandora”. Intervistato davanti alle telecamere, però, il Signor Ditterio, protagonista indiscusso della serata (lo share del programma toccò il livello massimo nel momento in cui partì il collegamento in diretta con Aralda sul letto d’ospedale), fece l’errore di affibbiarsi tutti i meriti del salvataggio della mosca e, perciò, fu soprannominato “La mosca cocchiera”. A Napoli, invece, i migliori artigiani del posto crearono originali statuine del presepe (anche se era solo settembre) raffiguranti i principali personaggi della truce vicenda. Tuttavia, le indagini volte alla ricerca del presunto colpevole proseguivano senza risultati soddisfacenti, nonostante l’assunzione dei più acclamati detective del mondo.

            A causa di mancanza di prove attendibili, l’inchiesta fu infine archiviata, nonostante che i maggiori sospetti ricadessero immancabilmente sulla domestica, perché era l’unica presente in casa quel giorno oltre alla vittima e al Signor Ditterio. La donna continuò comunque a dichiararsi innocente, asserendo ripetutamente che non avrebbe fatto male a una mosca. I vicini di casa, d’altro canto, dicevano che era una persona perbene e che, nell’insieme, si trattava di gente tranquilla e gentile. A complicare maggiormente la procedura fu un pernicioso gossip su una presunta scappatella, avvenuta in passato, tra il figlio trentenne della domestica e la buon’anima della prozia dell’avvocato.
Gli inquirenti avanzarono pure l’ipotesi di un tentato suicidio da parte dell’animale. Quest’ultimo venne ascoltato in tribunale come parte lesa ma, forse per il forte trauma subito, non fu in grado di deporre nemmeno una parola. Di conseguenza, gli investigatori rimasero con un pugno di mosche in mano, dato che non furono in grado di concludere nulla. Per questo motivo, fecero saltare la mosca al naso (da porcellino) del Signor Ditterio, stizzito dai loro metodi da buoni a nulla.
Le cronache, tra l’altro, riferiscono che un celebre regista hollywoodiano avrebbe perfino comperato i diritti dei due libri pubblicati sul caso per farne un colossal di ampio respiro. Invece, onorato con la medaglia d’onore, il carabiniere morì nel giro di qualche mese a causa di una rara forma di diarrea, probabilmente contratta durante un soggiorno natalizio alle isole Seychelles in seguito alla puntura di una mosca tse-tse. Una volta che la salma rientrò in patria, il soldato fu proclamato eroe nazionale in occasione di una pomposa celebrazione in suo luttuoso ricordo, durante la quale la banda comunale suonò un’aria di Petoven a lui dedicata. Sulla sua lapide al cimitero fu inciso: «Una mosca bianca…».

Tre mesi più tardi la storia finì nel dimenticatoio e nessuno ne parlò più. Oggi, il Signor Ditterio e la sua mosca Aralda hanno finalmente ripreso la loro salutare passeggiata quotidiana, anche se sono stati costretti a ridurla di 30 minuti, poiché l’animaletto si affatica più facilmente. Quindi, per guadagnare tempo, hanno deciso di eliminare la sosta al Caffè da Chicco, dove ci siamo noi che, tra una sambuca con la mosca e l’altra, sopravviviamo alla meno peggio agli eventi che capitano nei paraggi. Ogni tanto stiamo a osservare i bambini delle scuole che, vigili e curiosi, spiano la camminata dei due amici: il Signor Ditterio e il suo insetto da compagnia. E non si sente volare una mosca.


L’eremita di Pocapaglia - Breve vita e bizzarrie di Settimio Grasso

A testa in giù l'hanno seppellito. Era il giorno di ferragosto del 1945, in un bosco tra le Rocche di Pocapaglia, uno di quei paeselli arroccati sulle colline del Roero “alla sinistra” del Tanaro.
La storia di Settimio Grasso, l’eremita di Pocapaglia, merita senz’altro di essere raccontata e tramandata. Quasi come una di quelle narrazioni, a metà tra la cronaca e la leggenda, che popolano ancora gli immaginari rurali di questo territorio a Sud del Piemonte. Come l’episodio della Masca Micilina, condannata al rogo per stregoneria dal Tribunale dell’Inquisizione; oppure il caso di Delpero il bandito del Roero. Vere e proprie fiabe sono, invece, la Barba del Conte raccolta da Italo Calvino, o quella del Diavolo che scavò le Rocche di Pocapaglia dove, così è se vi pare, “l’asino fischia e il padrone raglia”.

https://santuariomobile.it/post/86388042564/tav-lvii-leremita-di-pocapaglia-nel-1933-un

Settimio Grasso fu effettivamente un personaggio degno di nota. Era nato sotto la Zizzola – il monumento simbolo di Bra – il 17 luglio 1905, da Irene Del Nero e Andrea Grasso. Il padre era un rispettato impiegato comunale e il fratello un devoto sacerdote. Anche Settimio aveva cercato di intraprendere la via seminariale, salvo poi abbandonarla.
“Un cranio da Cottolengo” lo descrive Giovanni Arpino, altro “zizzoliano” doc, nel romanzo L’ombra delle colline. “Sembrava Rasputin fuggito dalla Russia in cerca di asilo politico!”. Alto e forte come un castagno, portava una lunga barba nera, incarnando a pieno la figura dell’asceta saggio e selvaggio. Passava le giornate a scorrazzare col cavallo per le vie della città nei giorni del mercato. Il resto della settimana lo trascorreva pulendo il pavimento lurido del mattatoio.
Quando il figlio di un fabbro di Predappio iniziò a incitare le masse italiche, ne divenne un fervente sostenitore. Partì volontario per l’Abissinia, alla conquista dell’impero… e quando tornò dalla guerra pensò bene di rifugiarsi in una grotta, che scavò con le sue stesse mani proprio in mezzo alle Rocche, quelle vertiginose voragini che sprofondano nella sabbia e nell’argilla dove un tempo c’era il mare, erose dalla cosiddetta cattura del fiume Tanaro (oppure da Belzebù in persona), nella località chiamata America dei Boschi.

Una fotografia della grotta dell'eremita a Pocapaglia


All'interno della spelonca iniziò la sua nuova vita da anacoreta, a metà strada “tra un uomo e una volpe”. Conduceva un’esistenza a dir poco frugale, in compagnia di una capra e qualche gallina, accontentandosi delle offerte lasciate dai passanti, in cambio di una preghiera per Dio o Mussolini, un rimedio a base di erbe per evitare una gravidanza indesiderata, qualche parola di greco e latino, sprazzi di riflessioni filosofiche retaggio degli anni in seminario. Pare che venissero in visita da lui persino le dame di Torino, incuriosite da questo tipo così bizzarro.
Quella caverna divenne quasi una meta di pellegrinaggio, dove pii o semplici curiosi si recavano per pregare davanti alla statua della Madonnina posta in una nicchia vicino all'ingresso della grotta. Fuori dalla sua personale spelonca, un piccolo orto, il recinto per il pollame e un recipiente per l’acqua piovana. Dentro, un giaciglio con una coperta e gli utensili per una zuppa. Indossava un fez rosso, oltre a un saio sotto a un lungo mantello nero, simile a quelle che portavano i questuanti del Canté j’oeuv.
Tra una scorribanda e l’altra al mercato di Bra riuscì comunque a rubare il cuore della figlia di un certo Mago, che sposò e da cui ebbe dei figli. Ai contadini del posto non è che fosse poi così inviso; anzi, dopo una giornata a spaccare legna tra ricci e funghi, scambiare due parole con una sagoma così poteva anche essere piacevole.

Poi venne un’altra guerra, a casa nostra questa volta. Dati i suoi ardori politici, non è difficile immaginare da che parte si schierò. Ma incominciò pure a interessarsi di borsa nera, contrabbandando quello che si trovava per sconfiggere altri tosti nemici: la miseria e la fame. Si diceva inoltre che facesse la spia per i fascisti, svelando i rifugi dei partigiani e i loro movimenti. Secondo altri, era piuttosto la moglie che cantava per le camicie nere. Fatto sta che, tornata la pace, non ci pensarono due volte i partigiani a zittire le fastidiose ombre dei boschi.

https://www.ecomuseodellerocche.it/it/sentieri/14/sentiero-della-rocca-creusa


Con una spedizione punitiva vennero fucilati entrambi, e seppelliti al contrario nelle viscere della terra. “Tanti saluti, il tuo eremita è bell'e sistemato” sono le aspre parole che Arpino mette nella bocca di Milton, il partigiano che avrebbe sparato ai due. In seguito, i loro corpi furono sepolti al cimitero.
Ancora oggi, chi s’incammina attraverso i sentieri di Pocapaglia può imbattersi in un qualche cartello didascalico che illustra la vicenda. Per chi invece non si accontenta soltanto delle parole stampate sui libri o sulle insegne turistiche, il consiglio è ovviamente di spingersi oltre, chiedendo magari ai paesani più anziani di Pocapaglia qualche informazione su Settimio Grasso. Oppure di inoltrarsi direttamente in mezzo alle fitte trame della macchia boschiva del Roero, per andare a vedere cos’è rimasto della grotta dell’eremita.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

In mare (8 agosto 2019)


Di quanta bellezza è capace il mare
quando accoglie sulle onde stelle
che scintillano al suono del sole,
quando giochi di spruzzi danzano
sulla cadenza di schiuma e scogli.
Quando intesse voci e reti,
quando ospita colori e cristalli
e convoglia senso e sogni, sale e coralli
e correnti e vertigini di luce,
e custodisce il brivido del viaggio,
la ricchezza dell’ignoto, meraviglia e scoperta dell’incontro,
come specchio del sole e scrigno di vita.

Di quanta violenza è teatro il mare
quando vite spezzate lo solcano
come faro di disperata speranza e dannata via di salvezza.
Quando convoglia catene e scorie,
quando imprigiona rotte e scafi
sui fondali abissali.
E quando seppellisce destini
e scaraventa ossa sugli scogli,
e come nero inchiostro cancella storie
nel silenzio del sonno che rabbrividisce
nella miseria della terraferma.
Quando il sale brucia la pelle
e il sole corrode le anime
avvolte in mantelli dorati che
scintillano come onde infilzate dal vento.

martedì 21 agosto 2018

Filosofia ed ecologia: l’etica del vivere secondo natura



L’obiettivo del mio intervento è di mostrare come la distruzione dell’ambiente naturale sia deleteria per la nostra vita: non solo per la sopravvivenza del genere umano sul pianeta Terra, ma soprattutto per la qualità dell’esistenza di ciascuno di noi. Lo scopo ultimo di questa relazione è perciò la necessità di preservare le risorse naturali come elemento imprescindibile di un ben-essere integrale per l’umanità.

Consumismo e società dello spreco

Si dice che il mondo occidentale viva nella “società del benessere”: una civiltà altamente sviluppata caratterizzata da elevato reddito pro capite finalizzato all’acquisto di beni di consumo. Questa società è in effetti il risultato di un processo storico iniziato in Inghilterra nell’800 con la Rivoluzione industriale, che si è poi diffuso nel secondo dopoguerra col cosiddetto “Boom economico”, che investì l’Europa negli anni ’60-’70 del XX secolo.   
Questo processo ha senza ombra di dubbio determinato un importantissimo progresso generale della società, portando evidenti benefici per l’intera umanità, la quale è sempre più capace di controllare le forze della natura. Infatti, i geologi hanno inventato un apposito termine per la nostra epoca, che è stata definita “Antropocene”: una nuova era geologica, in cui per la prima volta nella storia i maggiori cambiamenti naturali (climatici, territoriali e strutturali) sono causati dall’attività dell’uomo e non dalla natura stessa.
Tuttavia, l’Antropocene ha comportato anche degli effetti collaterali che sono stati purtroppo trascurati, e che oggi minacciano la stessa qualità della nostra vita. Vorrei allora mostrare alcuni esempi che testimoniano l’altra faccia della medaglia del consumismo, per considerare il paradosso in cui ci troviamo: che la società del benessere è degenerata in una forma di malessere o, comunque, in un benessere soltanto parziale.
Un primo aspetto negativo è rappresentato dai cambiamenti climatici, esemplificati innanzitutto dall’aumento globale delle temperature, responsabile dello scioglimento dei ghiacciai che, a sua volta, causa l’innalzamento delle acque – un serio problema per le località costiere e le isole.
Ma i cambiamenti del clima si verificano anche sotto forma di fenomeni meteorologici estremi, come quelle che vengono chiamate “bombe d’acque”, e che mettono in pericolo le città.
Un altro effetto indesiderato dell’Antropocene è l’inquinamento dell’aria, a causa di un uso eccessivo di combustibili fossili come i derivati del petrolio, che immettono nell’atmosfera i famosi “gas serra” – sostanze nocive che respiriamo quotidianamente.
L’inquinamento colpisce anche le acque, tant’è che negli oceani esistono delle vere e proprie isole di plastica galleggianti. Questi rifiuti diventano particelle che, dopo essere ingoiate dai pesci perché scambiate per plancton, finiscono anche nel nostro stomaco. Senza contare ovviamente i danni che provocano alle altre specie animali.
D’altra parte, il problema dei rifiuti è una conseguenza inevitabile della società del benessere: più si consuma e più si produce spazzatura.
Ma il malessere della società del benessere si manifesta anche sulla nostra salute: per esempio, l’abuso di certi pesticidi chimici usati in agricoltura, insieme a uno stile di vita scorretto, riduce la fertilità maschile.
Questi fenomeni rappresentano i segnali di ciò che la comunità scientifica ha definito “crisi ecologica”: la situazione precaria in cui vive la popolazione mondiale, causata da sovrasfruttamento e spreco di energia e risorse naturali.

Ben-essere

Perché è successo tutto questo? La biosfera, ci dicono gli scienziati, ha dei limiti planetari: una volta superati, la vita è in pericolo. Alcuni di questi limiti, però, oggi sono già stati oltrepassati, come la riduzione di biodiversità, cioè la varietà di specie viventi, tanto che secondo qualche studioso sarebbe già cominciata la sesta estinzione di massa.
È evidente perciò che non è sostenibile una crescita economica infinita in un pianeta con risorse finite! dobbiamo allora prenderci cura della ricchezze della biosfera, l’unico pianeta di cui al momento disponiamo.
Anche perché le risorse naturali offrono quelli che gli esperti definiscono “servizi ecosistemici”, che garantiscono la vita sulla Terra, e che stanno alla base del nostro benessere collettivo. L’immagine sottostante schematizza tutti i servizi che la natura ci fornisce spontaneamente ogni giorno: di approvvigionamento, supporto, regolazione e anche di tipo culturale.


Insomma, alla base della società e dell’economia c'è l'ambiente. Infatti, tutto il sistema produttivo dell'essere umano si regge sulla natura, tant'è che ecologia ed economia hanno la stessa radice "eco", che in greco antico significa "casa" – la fonte gratuita di ogni materia prima.
Pertanto, per continuare a godere dei servizi elargiti dalla natura, fondamentali per una vita di qualità all’insegna di un ben-essere integrale, occorre imparare a vivere secondo natura. Questa tesi non significa subire passivamente le forze della natura, bensì agire in accordo, in sintonia, in armonia o in equilibrio con la natura.
Per concludere, in che modo è possibile mettere in pratica il principio del vivere secondo natura? In due modi: da una parte, occorrono misure dall’alto, vale a dire interventi politici e giuridici al fine di trasformare la crescita esponenziale dell’economia in uno sviluppo sostenibile. Dall’altra, è però necessario un cambio di paradigma dal basso: un mutamento di mentalità e di atteggiamento da parte delle persone, che si concretizzi in azioni come ridurre i rifiuti e differenziarli, usare meno l'automobile privata, non sprecare acqua e cibo ecc.
Solo in questo modo sarà possibile passare da una società dello spreco a una società “eco”, da un benessere parziale a un ben-essere integrale, che caratterizzi l’Antropocene con un nuovo umanesimo ecologico improntato a una cultura dell’abitare saggiamente la nostra grande “casa” comune.




martedì 7 marzo 2017

Terra – Le Luci della Centrale Elettrica

Dalla provincia ferrarese all'intero orbe terracqueo, il passo è breve. Soprattutto se ti chiami Vasco Brondi, e hai lo stesso nome dell’esploratore che per primo navigò dall’Europa fino in India. E lo stesso nome di un altro cantautore emiliano che – comunque la si pensi – ha esplorato con la sua musica parlata o gridata lande desolate e continenti sommersi della psiche umana. Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, d’altra parte è uno abituato a viaggiare con le parole, dal quartiere di casa sua alle galassie più lontane dello spazio cosmico. 


Una tribù che sballa

Un lavoro etnico, si è detto della sua ultima esplorazione discografica. Come se i precedenti suoi album non fossero già abbastanza “etnici”, nel senso di indagini socioantropologiche sugli usi e costumi di questa umanità liquida nei tempi postmoderni – Bauman docet.

Il nuovo disco, ad ogni modo, è effettivamente valida espressione di Cantautorato World Music, soprattutto a livello tematico. Ma anche in materia sonora, data l'aggiunta di percussioni, cori e arpeggi a loro modo tribali. Si tratta allora di una creativa perlustrazione della nostra tribù multiculturale, che erra nomade tra i jet lag e i Non-Luoghi del Villaggio Globale. 

È un Vasco Brondi decisamente più maturo, che lascia crescere i basettoni in una folta barba hipster-mediorientale, accorcia i capelli arruffati e sostituisce le occhiaie con uno sguardo più fiero che scruta oltre la linea dell’orizzonte.  



Luci più luminose

Dalla cupe vicende esistenziali di un'adolescenza periferica, al narrare i fatti del mondo gettato nel XXI secolo. Questo è il grande passo delle Luci, che paiono adesso vedere le cose attraverso uno spiraglio di maggiore speranza. Armonie più brillanti, note cantate in maniera più netta, più corde che vibrano come cristalli e meno distorsioni elettromagnetiche da ferro arrugginito. Cambiamenti visibili già a partire dalla copertina (persino vagamente coldplayiana): monoliti fluorescenti su un suolo arido, dolmen e menhir psichedelici eretti verso un cielo in tenue tramonto pastello. Che possono essere totem di pietra dipinta da una specie in via d'estinzione, segnali di SOS per alieni o semplici costruzioni infantili. 

Insomma, un diario del Pianeta Blu che sta diventando sempre più scolorito. Un audiolibro di favole metropolitane o fiabe urbane, un notiziario in versi tra titoli di cronaca, paragrafi narrativi, immagini poetiche e riflessioni filosofiche. Alla ricerca di risposte, ma soprattutto di domande.