martedì 7 giugno 2016

Luca Mercalli e il film “Demain” per l’inaugurazione di Cinemambiente





Martedì 31 maggio si è tenuta la serata d’inaugurazione della 19^ edizione del festival Cinemambiente di Torino, con la proiezione del film Demain di Melanie Laurent e Cyril Dion. Dopo i saluti istituzionali il fondatore e direttore del festival Gaetano Capizzi ha dato la parola al meteorologo più famoso della tv Luca Mercalli, esperto climatico divenuto famoso grazie soprattutto al programma di Rai 3 “Che tempo che fa”. Ultimamente Mercalli ha anche intrapreso una strada da “solista”, potremmo dire, lanciando la trasmissione “Scala Mercalli”.

Per il suo intervento a “Cinemambiente”, il climatologo è partito con l’evidenziare che il 2016 è stato l’anno più caldo (assieme al 2007) della storia del mondo, da quando si è cominciato a registrare le temperature (intorno al 1850). In particolare, marzo 2016 si è aggiudicato il titolo di mese più rovente di sempre. Infatti, dal 1960 – gli anni del boom consumistico – il clima mondiale ha inanellato una straordinaria sequenza di record progressivamente crescenti. Assieme al fenomeno oceanico El Niño, i principali responsabili di questa situazione allarmante sono le emissioni di CO2 (o anidride carbonica) nell’atmosfera, derivanti dalla combustione delle fonti energetiche fossili (petrolio, gas e carbone). Le conseguenze? Oltre all’aumento generalizzato delle temperature, l’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi come le cosiddette bombe d’acqua. Tra gli altri effetti, nello specifico il surriscaldamento dei mari ha comportato per esempio lo sbiancamento dei coralli, che sono una fonte preziosissima di biodiversità. Oppure un vero e proprio “infarto” del sistema climatico nell’Artico, dove la banchisa di ghiaccio – utile nel respingere le radiazioni solari – collassa su isole di roccia. Il problema è che, diversamente dagli addetti ai lavori, le persone comuni rimangono spesso all’oscuro di queste drammatiche notizie, che passano per lo più in sordina sui mezzi di comunicazione. Inoltre, i risultati delle pubblicazioni scientifiche sovente non vengono nemmeno presi in considerazione dai decisori politici. Ancor peggio, gli economisti appaiono solitamente troppo incantati dal mantra della “crescita a tutti i costi”, per ascoltare il grido della Terra e degli emarginati del globo.

Fortunatamente un segnale di cambiamento c’è stato durate la recente Cop21 di Parigi, in cui 175 Paesi hanno firmato un accordo che prevede il contenimento dell’innalzamento delle temperature entro i 2°. L’approvazione della convenzione quadro rappresenta certamente un buon risultato diplomatico, anche se non è sufficiente per le leggi della fisica, che non aspettano i negoziati degli uomini. Il rischio è che, ad esempio, tra qualche decennio in una città come Torino si creino le condizioni per un clima tropicale.

Parecchie cose, dunque, sono cambiate in seno alla nostra biosfera dal 1998, primo anno di “Cinemambiente”: più popolazione umana (circa 1,5 miliardi), più CO2, meno ghiaccio, un più alto livello dei mari. Questa catena di eventi ha fomentato, tra l’altro, le migrazioni di massa dai territori maggiormente colpiti da calamità naturali, come la Siria. Qui, infatti, si è registrata una dura siccità nei decenni addietro, che ha sicuramente aggravato le condizioni di vita degli abitanti, preparando così il terreno per il conflitto che sta martoriando quelle zone che furono un tempo la culla della civiltà. Onde evitare il ripetersi di eventi simili occorre perciò intraprendere una lungimirante opera di mitigazione e adattamento in loco, seguendo il principio della resilienza. Solo in questo modo possiamo controllare il rischio di altre tragedie naturali e, quindi, umane, come sta purtroppo succedendo in molti atolli oceanici, devastati da catastrofi ambientali e sociali.

Dopo Mercalli è intervenuto Cyril Dion, uno dei due registi che hanno diretto la pellicola di apertura della kermesse cinematografica. Il francese ha spiegato che l’idea del film è nata dalla lettura di un preoccupante studio scientifico e dalla domanda che è sorta spontanea subito dopo: com’è possibile che nessun media ne parli? Allora Dion ha cercato di diffondere la questione tramite uno strumento potente e popolare come il cinema, in grado di smuovere moltissime coscienze. Tuttavia, egli ha ragionato che esistono sostanzialmente due modi per ottenere tale risultato. Il primo è utilizzare un approccio distopico-catastrofistico, denunciando apertamente gli ecocidi in atto sul pianeta. Il secondo è mostrare invece alla gente che le soluzioni concrete per costruire un mondo migliore esistono già, e che qualcuno sulla Terra le sta già mettendo in pratica. Ovviamente, è quest’ultimo il registro narrativo scelto per girare Demain. Il film è effettivamente carico di ottimismo e positività, dal momento che espone le buone pratiche attuate da singoli individui e collettività riguardo cinque grandi problematiche che attanagliano il presente e il futuro dell’umanità: agricoltura, energia, economia, istruzione e democrazia. Queste buone pratiche – come la permacoltura, le transition towns, metodi didattici all’avanguardia e il multiculturalismo – costituiscono propriamente dei modelli da imitare. A maggior ragione perché sono opera di comuni cittadini che hanno però preso a cuore la propria salute e quella della Terra da cui, alla fine dei conti, dipendiamo tutti. Dei normali supereroi, insomma.

lunedì 23 maggio 2016

Oltre l’economia lineare: la lezione di Fitoussi al festival “Circonomia”


Dal 20 al 22 maggio si è svolta in provincia di Cuneo la prima edizione di “Circonomia” – Festival dell’economia circolare e delle energie dei territori, organizzato dalla cooperativa ERICA e dall'associazione AICA. Tra i numerosi eventi che si sono susseguiti durante la tre giorni si segnala in particolare la lectio magistralis di Jean-Paul Fitoussi al Teatro Sociale di Alba, rivolta agli studenti, su “Economia, benessere, progresso: le priorità di oggi”. Moderato dalla giornalista Giorgia Marino (Tuttogreen – La Stampa) e stimolato da Francesco Ferrante e Roberto Cavallo (ecologisti), l’intervento di Fitoussi, noto economista e docente universitario di fama mondiale, si è concentrato sulla necessità di un nuovo approccio alle questioni economiche.

In primo luogo, il professore ha spiegato come la concezione lineare dell’economia sia in realtà una erronea rappresentazione dottrinale che non ha nulla a che vedere con le concrete attività mercantili, da sempre basate sul concetto di circolarità. L’idea di un’economia circolare non è dunque una novità: il problema è che è stata dimenticata col tempo, come si evince leggendo i primi teorici della scienza economica quali Malthus e Ricardo. Toccando alcuni punti del suo ultimo libro, scritto con i premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale Fitoussi ha in aggiunta sottolineato che ci sono diversi tipi di capitale, che non è pertanto riconducibile al solo capitale economico privato. Esistono infatti il capitale pubblico, quello umano, quello sociale (improntato sul concetto di fiducia) e, da ultimo ma non evidentemente per importanza, il capitale naturale: la materia prima dell’intero processo di produzione. Il PIL si palesa perciò come una stima fuorviante del vero grado di benessere di una comunità umana. Ricollegandosi a un indirizzo di pensiero rispolverato, almeno, dal celebre discorso di Bob Kennedy del 1968, l’intellettuale d’oltralpe conferma quindi che il PIL in sostanza misura tutto, eccetto ciò che rende davvero una vita degna di essere vissuta. Innanzitutto, come sappiamo esso è lordo e non netto. Inoltre, si focalizza soltanto sul capitale privato: ecco perché il PIL statunitense è generalmente più alto rispetto a quella europeo, dove il sistema sanitario o quello scolastico sono prevalentemente pubblici. Ancora, esso tende a crescere quando si verifica, per esempio, un disastro ambientale come un terremoto, oppure in caso di attacchi terroristici, siccome le spese statali aumentano, facendo “girare” gli affari...

Chiamando in causa le recenti decisioni europee basate sulla politica dell’austerità, Fitoussi ha poi posto l’accento sulle drammatiche condizioni in cui versa la Grecia, dove la disoccupazione è inversamente proporzionale al livello dei normali servizi sanitari come medici e medicine. Ma il fenomeno coinvolge in generale l’intero contesto occidentale, in cui si assiste all’aumento della disuguaglianza e alla graduale scomparsa della classe media. Insomma, si ripete la triste filastrocca per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Si può quindi leggere anche sotto questa prospettiva l’attuale successo dei partiti euroscettici, che sovente mettono seriamente in crisi le istituzioni democratiche. Per questo motivo Fitoussi ha ricordato che si tratta, in ultima istanza, di volontà politica più che di questioni meramente economiche. In ogni caso, è evidente che bisogna andare oltre l’odierno modello economico: che benessere sarà infatti quello di una società in cui l’1% della popolazione è straricco e il resto muore di fame o quasi? Concludendo, il docente francese ha evidenziato l’urgenza di intraprendere la strada della sostenibilità ambientale, per vivere meglio e per lasciare alle generazioni future almeno la stessa quantità di risorse naturali di cui disponiamo oggi, e che spesso consumiamo in maniera così insensata.

mercoledì 27 aprile 2016

Dalle nuvole ai pozzi: verso un pensiero tellurico e una filosofia geocentrica, a partire dal terremoto dell'Aquila del 2009



Spesso una grande bellezza è insita nella fragilità. Cantava Fabrizio De André – maestro di Bellezza caduca – nella sua ballata “La Canzone di Marinella”: «E come tutte le più belle cose/vivesti solo un giorno come le rose». La delicatezza dei petali che regalano una fioritura fugace; un breve bacio d’un istante che pare eterno. Effimere (dal greco epì, emera: “di un solo giorno”) i colori potenti sulle graziose ali delle farfalle; la sublime decadenza di Venezia, appesa a un labile destino (innalzamento del livello del mare docet…). D’altronde, la vita stessa è un transito terrestre passeggero: facciamo però che non sia una camminata nichilistica tra le macerie della storia.
E proprio A spasso tra i rifiuti (Mimesis, 2014) s’intitola una precedente pubblicazione di Gianluca Cuozzo, docente di filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Perché la nostra società dell’usa-e-getta assomiglia purtroppo al “Paese delle ultime cose” del romanziere statunitense Paul Auster, dove «gli oggetti sono ancora per un attimo, ma subito dopo si trasformano in cumuli di spazzatura[1]». Come non pensare, allora, a Italo Calvino il quale, urbanista di castelli di carte, durante il suo tour delle città invisibili, fa tappa a Leonia. Cinta all’interno di mura costituite da rifiuti, ogni giorno questa polis riparte da zero: al mattino tutto è nuovo, mentre le robe vecchie vengono gettate via. La precarietà sembra in effetti il marchio di fabbrica di quest’epoca postmoderna, che si crede priva non solo di fisse fondamenta metafisiche e ideologiche (i “Grands Récits” della modernità, denunciati da Jean-François Lyotard), ma addirittura del basamento naturale su cui poggiamo i piedi. A tale proposito, in Regno senza grazia Cuozzo scrive:

Che questo pensiero profondo – quello del radicamento – ci sfugga oramai del tutto, è in qualche modo testimoniato dal nostro atteggiamento nei confronti della realtà straziante dei terremoti: unica presa d’atto, da parte dell’odierno uomo occidentale, della sua dipendenza da una Madre Terra che non è né sarà mai addomesticabile in tutto e per tutto.[2]

Eccoci qui, dunque, a indignarci ancora una volta di fronte alla gracilità delle italiche istituzioni politiche che perpetuano il declino di una città come l’Aquila. Perché siamo al punto in cui “fine della storia” non indica più primariamente la ricerca di uno scopo, di un proposito o di un’aspirazione nei riguardi del Tempo. Fine della storia oggi può letteralmente significare fine della corsa: rovina dell’ambiente, crollo del sistema Terra, game over della società umana, quand’anche punto omega del mondo. Un po’ come il terremoto che colpì Lisbona nel 1755, ma di proporzioni globali e all’ennesima potenza[3].
«I mortali devono anzitutto imparare ad abitare», tuonava lo “sciamano della parola” Martin Heidegger, giacché «solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire[4]». Invece, in questi tempi crepati, mentre assistiamo al parto di ecomostri venuti al mondo assieme a colate di cemento, cerchiamo per lo più un giaciglio dove poter dormire ed espletare le nostre esigenze fisiologiche – un tetto per non essere colpiti dai fulmini e dalle piogge acide. Così, se i rendering virtuali disegnano progetti che poi, nella realtà, non rispettano i protocolli antisismici, dobbiamo poi dire con Papa Francesco: «Se l’architettura riflette lo spirito di un’epoca, le megastrutture e le case in serie esprimono lo spirito della tecnica globalizzata, in cui la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia[5]».
Prendere residenza in una città vuol dire perciò soprattutto sentirsi parte di una comunità. In generale, l’ecologia insegna appunto come il singolo individuo sia parte di un tutto organico che si sviluppa grazie a una fitta rete di relazioni biologiche; una trama intessuta da fibre di biodiversità che si crea tra animali, vegetali e l’intero ambiente circostante. Un milieu brulicante di esseri viventi e inanimati che fanno respirare il pianeta grazie all’armonia sinfonica e concertata degli elementi che rendono possibile la vita, e l’evoluzione delle specie all’interno della biosfera, nostra casa resa traballante anche per colpa dell’abusivismo edilizio umano. Con un’immagine possiamo dire che al posto della città di Prometeo è quindi giunto il momento di insediare la città di Anfione, il quale costruì le mura di Tebe con il suono magico della sua lira: secondo il mito, le pietre si posavano simmetricamente grazie al potere ordinatore della musica[6].
Tuttavia, ancora le trivellatrici alla ricerca di petrolio (oggetto del recente dibattito referendario) è come se compissero attraverso perforazioni profonde un quotidiano viaggio al centro della Terra. In questo senso l’attività dell’uomo è un alternarsi di cave: tra miniere e discariche a cielo aperto l’umanità sta scavando la propria fossa comune; anche se assume le sembianze di un accogliente sarcofago a led (Las Vegas, Dubai, Disneyland…), essa resta irrimediabilmente una tomba. Lo skyline del pianeta assomiglia pertanto a certi grafici economici: un elettrocardiogramma patologico, un sismogramma impazzito che traccia linee irregolari sulla superficie di una litosfera eccessivamente sotto sforzo.
Fin dai suoi esordi, troppo spesso la filosofia si è librata in volo verso iperurani favolosi per contemplare il cielo delle idee, perdendo di vista i tanti pozzi disseminati su questo pianeta che, come trappole, incrociano il cammino dell’uomo. Il riferimento, com’è noto, riguarda l’aneddoto narrato da Platone secondo cui Talete, reputato da Aristotele il primo filosofo occidentale, occupato ad ammirare gli astri della volta celeste, incappa in un pozzo tra gli sberleffi dei passanti[7]. Infatti, come ironizzava causticamente il commediografo Aristofane, il filosofo vive spesso “tra le nuvole”: ma cosa succede se, guardando i suoi piedi, non trova più il mondo? Di conseguenza, sia accolta la provocazione: evviva la rivoluzione tolemaica! Abbiamo di nuovo bisogno di un modello geocentrico che ponga il mondo sublunare in mezzo al nostro paradigma etico-culturale, di modo che l’uomo non si senta più senza fissa dimora in un angolo buio del multiverso delle idee. 
Dall’iperuranio all’ipogeo: serve una ecosofia, nel senso di cultura dell’abitare e saggezza della “casa” comune, dove ri-prendere residenza per ottenere un autentico “permesso di soggiorno” (terrestre), potremmo dire, dopo aver svolto responsabilmente le nostre “faccende domestiche”, alla stregua di rispettosi “casalinghi” planetari. Urge una filosofia tellurica: un pensiero davvero umile, che sorga dal suolo – materia prima (come l’animale humanum, peraltro: “uomo” proviene dal latino humus che significa terra; Adamo, il primo uomo, indica “argilla rossa” in ebraico). Occorre infine una cura per guarire dalle ferite del nostro disordine esteriore e interiore, nonché un mastice per riassestare le faglie sismiche del quarantotto mondiale.
E vorrei concludere con i primi versi della canzone scritta da Mauro Pagani (tra l’altro, eclettico musicista che con la PMF accompagnò la voce di De André) e, subito dopo il terremoto che ebbe come epicentro la conca aquilana, riadatta insieme ai più celebri nomi del panorama musicale italiano, per raccogliere fondi con la campagna “Salviamo l’arte in Abruzzo”: «Tra le nuvole e i sassi passano i sogni di tutti, /passa il sole ogni giorno senza mai tardare. /Dove sarò domani?/ Dove sarò?[8]».

 Fabio Dellavalle


[1] Cfr. G. CUOZZO, “Città spazzatura e utopia del residuale: il ‘paese delle ultime cose’ di Paul Auster”, in AAVV, Quaderni Augusto Del Noce, Marco, Lungro di Cosenza, 2010, pp. 401-420.
[2] G. CUOZZO, Regno senza grazia, Oikos e natura nell’era della tecnica, Mimesis, Milano-Udine, 2013, pp. 20-21.
[3] Il giorno di Ognissanti del 1975 un violento movimento tettonico colpì la capitale del Portogallo. L’evento ebbe notevoli ripercussioni anche a livello filosofico e culturale in Europa. Nel dettaglio, il cataclisma scosse la rosea credenza nel “migliore dei mondi possibili” espresso, per esempio, dalla teodicea di Leibniz, inaugurando la cosiddetta “filosofia della catastrofe”. Infatti, già l’anno successivo Kant fece pubblicare il suo primo scritto sui terremoti, mentre Voltaire redasse il Poema sul disastro di Lisbona. In polemica con Rousseau, lo stesso autore scrisse poi Candido, o l’ottimismo, scagliandosi contro la fede ingenua nella Provvidenza divina.
[4] M. HEIDEGGER, “Costruire Abitare Pensare”, in Saggi e Discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano, 1991, pp.107-108.
[5] PAPA FRANCESCO, Laudato si’, Enciclica sulla cura della casa comune, San Paolo, Milano, 2015, p. 113.
[6] Cfr. R. ASSUNTO, La città di Anfione e la città di Prometeo, Jaca Book, 1997; L. VALLE (a cura di), Ri-abitare la Terra, Ibis, Como-Pavia, 2005, p. 27.
[7] Cfr. H. BLUMENBERG, Il riso della donna di Tracia. Una preistoria della teoria, trad. it. di B. Argenton, Il mulino, Bologna, 1988.
[8]ARTISTI UNITI PER L’ABRUZZO, Domani 21/04.2009, Sugarmusic, Milano, 2009.


mercoledì 20 aprile 2016

Salvador

[Un tema dalla terza media: sviluppa liberamente il seguente incipit]

Seduto sul muricciolo, con la schiena rivolta verso il vento, un uomo mangiava un grosso pezzo di pane, affettandoci sopra una striscia di carne affumicata... Aveva accanto una bottiglia di vino, a cui ricorreva spesso, ma per brevi sorsi, quasi non volesse che quel prezioso succo d’uva finisse, forse la sua unica ragione di vita. Dopo l’ultimo sorso si accese una sigaretta, afferrò la sua canna da pesca la sua chitarra e si alzò in piedi. Fece dei piccoli passi e cominciò a camminare verso chissà che cosa, verso chissà quale meta e, piano piano, la sua sagoma scura sparì davanti al sole.

Siamo da qualche parte in Brasile, dove musicisti e artisti di strada si guadagnano da vivere con le loro originali esibizioni. Tra questi ‘sbandati’, come il resto della società civile è solito chiamarli, c’è anche lui, Salvador, un uomo né giovane né vecchio, ma tale da poter essere definito saggio. Ha i capelli argento, raccolti in una coda. Una leggera barba gli ricopre il viso stanco, ma felice, da cui brillano due occhietti che hanno visto tanto- città e paesi diversi, persone e culture altrettanto diverse. Questo è Salvador, un adulto che non ha conosciuto l’infanzia - distrutta da un padre alcolizzato e da una madre costretta a vendersi in strada- e che perciò vive avvolto da un’ingenua aurea fanciullesca. Tuttavia Salvador non parla delle sue sciagure, forse non ha mai confessato direttamente a nessuno il suo passato triste e violento. Salvador preferisce cantare le proprie storie, inventando vicende e personaggi che raccontano anche un po’ della sua girovaga esistenza. Con la chitarra riesce a trasmettere profonde e sincere emozioni, narrando avventure immaginarie- che, in fondo, così tanto immaginarie non sono. In questo modo ipnotizza grandi e piccini, che lo ripagano con qualche misera monetina- che poi tanto misera non è…

Una fresca sera di settembre Salvador stava suonando in una piazzola, quando ad un tratto due signori eleganti con in mano una valigetta si intromisero nella folla e interruppero bruscamente Salvador.
“Se vuoi cambiare vita - intonarono - seguici dietro quell’angolo. Siamo rappresentanti della nota casa discografica “SoUnD” di San Francisco; andiamo in giro per le americhe  a scoprire nuovi talenti”. Intanto uno dei due mise una mano in tasca e fece spuntare due bei bigliettoni verdi. Salvador, che fino a quel punto li aveva ignorati, alzò di scatto le pupille, abbagliate da quei soldi.
“Noi ti faremo scalare tutte le classifiche del mondo, fino a farti guadagnare di quel tanto da comprarti una macchina al mese!”- proseguì sempre il solito manager. “Ti aspettiamo in macchina; pensaci e, quando avrai deciso, raggiungici” – sentenziò quello che non aveva ancora mai aperto bocca. Salvador si bloccò, con le mani congelate sul manico dello strumento, con lo sguardo fisso nel vuoto e una ciocca di capelli che ricadeva sulla fronte ampia e segnata dal tempo. Probabilmente nella sua testa passavano ininterrottamente – come una sequenza cinematografica – immagini della sua infanzia, della sua condizione attuale e, attraverso una sorta di presagio, anche il suo futuro. Rimase immobile per alcuni minuti, mentre intorno a lui la gente lentamente si allontanava, perdendosi tra le strade afose della città. Poi si alzò, prese la canna da pesca con la mano destra, la chitarra con la sinistra. Guardò in alto nel cielo, quasi per dire a sua madre: “Scusa…”. Fece dei piccoli passi fino a raggiungere l’angolo indicato dai due colletti bianchi. Sulla sinistra si apriva un piccolo sentiero impolverato che conduceva chissà dove, sulla destra ecco parcheggiata la macchina, lunghissima e lucidissima. Si parò davanti al musone nero e aggressivo dell’auto, che pareva ringhiasse, e fece un cenno ai due, quasi per dire: “Grazie lo stesso…”. Si voltò a imboccò il sentiero, proseguendo la sua vita, mentre tutto il mondo intorno a lui correva, pieno di luci e di rumori dissonati, quando la sua sagoma nera sparì davanti al sole. 

La bici di mio zio




Mio zio mi ha dato la sua vecchia mountain bike, dato il suo mancato di utilizzo. Si tratta di una bicicletta bianca, con il telaio ornato di striature violacee con 7 cambi e una serie graduata di attriti. L’ho appesa a una parete del garage, sopra due staffe, dove è stata per tutto l’inverno. A primavera l’ho tirata giù: ho gonfiato le gomme e ho deciso di partire per un giretto attraverso i sentieri boschivi nei dintorni.

Una prima salita mi fa imprecare ognuno dei raggi delle ruote, mentre smanetto sui rapporti per trovare una marcia leggera adatta all’arrampicata, finché la catena si inceppa, bloccando i pedali e facendomi così perdere l’equilibro. Fortunatamente con un goffo balzo riesco a togliermi dalla sella, evitando in questo modo il capitombolo. Al che rimetto a posto la catena e già che ci sono alzo un poco la sella perché sembro un clown su quelle bici piccole del circo, con le ginocchia in prossimità delle spalle. Poi riparto.

L’esperienza insegna che dopo una salita segue una discesa: in quel momento l’aria mi arriva in faccia e pare davvero di volare, tanto che per un attimo mi viene in mente di chiudere gli occhi e lasciarmi trasportare per godere a pieno il momento. Un clacson di automobile mi fa repentinamente cambiare idea, e capire che sto leggermente invadendo la corsia di una strada provinciale a due sensi di marcia ma priva della linea di mezzeria. Penso a tutte le volte che guidando la macchina mi sono imbattuto anche io in scene del genere ma a rapporti invertiti, maledicendo il ciclista, o più spesso il gruppetto di ciclisti, che se ne sta come un re beato al centro della strada ignorando completamente il fatto che dietro di lui c’è una vettura nel cui abitacolo risiede un guidatore magari di fretta che, sorpassandolo, esprime a gesti o a parole o solo mentalmente il disprezzo generalizzato verso tutta la categoria.

Finito l’asfalto, mi inoltro in un sentiero sterrato, che fa sobbalzare le mie natiche poco allenate, e le mie braccia come se stessi impugnando un martello pneumatico. Intanto spero che i pneumatici non esplodano di colpo, dato che sono alquanto datati. In seguito la luce che abbaglia i miei occhi si attenua; il fogliame degli alberi in fiore filtra i raggi del sole, dando tregua alle pupille che, però, devono già subito concentrarsi per trovare il passaggio migliore onde evitare alcune pozzanghere. Riesco a schivare la prima defilandomi sulla destra; torno poi di nuovo al centro della carreggiata dove scorgo un varco aperto da un altro ciclista; alla terza pozza, non vedendo vie d’uscita percorribili, accelero la pedalata con l’intenzione di oltrepassare il pantano a mo’ di motoscafo. Il risultato tuttavia è che, dopo un paio di metri di schizzi, la ruota davanti si impaluda. Allora sono costretto a scendere e guadare la melma spingendo il velocipede a mano, mentre scopro di essere interamente punteggiato di macchioline beige, credo anche in faccia.

Il percorso prosegue sul terreno ghiaioso o fangoso, a tratti concavo e altre convesso, in una corsa davvero divertente su piccole montagne russe naturali, cercando di schivare i rovi che fanno capolino lungo la via. Il fatto di non andare particolarmente veloce mi consente di osservare gli splendidi sfondi ai miei lati: querce, castagni, gaggìe si alternano campi di erbe selvatiche o coltivate; e a qualche sacco della spazzatura o rifiuti di plastica. L’andatura, inoltre, mi permette di recuperare un concetto, diciamo, più naturale del tempo: col variare della velocità capisco davvero cosa significhi percorrere una salita e una discesa; una cosa non più così immediata procedendo con un motore sotto il sedere. Pedalare insegna che una discesa costa fatica. Andando in bicicletta ho così imparato quanto bisogna sudare prima di godere di libertà e brezza fresca. La forza di gravità ha i suoi privilegi ma anche i suoi inconvenienti. Il contesto silvestre lascia dunque spazio a un piccolo agglomerato di abitazioni, dove decido di sostare un po’ per riprendere fiato, bere dalla borraccia un miscuglio di acqua e sali minerali e far riposare le mie chiappe doloranti. Capisco quindi l’assoluta necessità di procurami dei pantaloncini imbottiti, o magari direttamente un cuscino a forma di sellino.

Finita la pausa mi rimetto in marcia, con i polpacci sempre più duri e gli occhi che bruciano a causa del sudore che cola dalla fronte. Ogni tanto, quando la sofferenza è al limite della sopportazione, sollevo il deretano provando una sensazione di gioia immensa, e quasi mi commuovo. Nel viaggio di ritorno incontro qualche altro amante delle due ruote, a cui un codice non scritto impone l’obbligo di porre un saluto, come intendo presto. Verso la fine, altri due corridori mi superano con estrema facilità, prestando fede al codice non scritto (e probabilmente aggiungendovi anche un pizzico di sarcasmo).

Ritorno a casa stanco e sporco; appena metto nuovamente piede sulla terraferma, manca poco che casco al suolo, poiché le gambe tremano e paiono non reggermi. Sono una specie di robot sudicio con il culo indolenzito che cammina a scatti. Do una pulita alla bicicletta e alle mie scarpe totalmente ricoperte di fango marrone. Ma sono veramente contento dell’esperienza, che intendo ripetere a breve. E ragiono sul fatto andare in biciletta non è poi così diverso dallo scrivere. Macinare chilometri e aggrumare parole: partire, avanzare lungo una strada dove si incontrano sassi e lettere, arrivare alla fine del tragitto. E’ una questione di ritmo – bisogna prendere il tempo giusto, trovare il giusto rapporto. Capita di bloccarsi e bisogna pertanto fermarsi per risistemare la catena e ripartire. Si sale e si scende, si va in piano, con fatica oppure lasciandosi trasportare da un flusso mentre si vorrebbe chiudere gli occhi e immergersi in un universo di piante e aria fresca. Ma un clacson o un sacchetto della spazzatura ci riportano bruscamente alla realtà.