I campionati europei di soccer
appena trascorsi ci hanno lasciato impresse negli occhi tre immagini. La prima
è drammatica nel senso di catartica, come i grandi classici dell’epoca aurea
del teatro greco. Si tratta del coro vichingo con cui la compagine islandese
era solita congedarsi dai suoi tifosi, ringraziandoli per il sostegno, al
termine di ogni match. Il rito norreno, cosiddetto “Geyser Sound”, è stato definito
l’haka scandinava: una danza vulcanica e geotermica che ha sciolto le pupille ghiacciate
di noi supporters mediterranei. Esso ritrae la cerimonia liturgica con cui
l’intero popolo insulare si è unito intorno al sogno da favola della sua
squadra cenerentola, sebbene barbuta e tatuata, vestita di bianco-rosso-blu. Gli
stessi colori ritroviamo nella seconda immagine: il fotogramma ripreso in
autostrada con la videocamera di un cellulare, che riprende il bus scoperto,
sulla cui fiancata campeggia la réclame “Champions d’Europe”, già pronto per il
tour di Parigi dell’equipe francese. Questa è comica in quando rappresentazione
di una beffarda ironia del destino; quasi una punizione degli dei del tempio
calcistico per gli eroi dell’arena verde, che hanno peccato di hybris (o grandeur che dir si voglia). La raffigurazione finale è invece
quella del bambino portoghese che conforta il fan dei Bleus singhiozzante, dopo la sconfitta contro CR7 & Co. Essa assurge
a simbolo dell’umana commedia: dolceamara come le lacrime di delusione che si
abbracciano a quelle di chi si commuove di gioia, provando pietà per il nemico
vinto.
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venerdì 15 luglio 2016
giovedì 14 luglio 2016
Giovani radici crescono sotto la Mole...
"This is of course the green onions tune". Così cantavano nel cult-movie del 1980 Dan Aykroyd e John Belushi, ossia i mitici Blues Brothers. Della band più famosa del cinema facevano parte anche due componenti dei Booker T. & the
M.G.’s, gruppo musicale soul che conobbe il successo negli Usa grazie al singolo che apriva l'omonimo album del 1962, chiamato Green Onions.
Il titolo del brano è stato scelto recentemente da un gruppo di giovani torinesi per denominare il loro blog. Green Onions è infatti un gruppo di
studenti provenienti da diverse facoltà dell’Università degli Studi e del
Politecnico di Torino, nato nel marzo 2015, "che ha l’obiettivo di divulgare
informazioni su temi ambientali, ecologia ed ecocritica, spendendo le
conoscenze acquisite durante gli studi universitari e approfondendole". La scelta del nome non è causale: “Cipolle Verdi” rappresenta il collettivo in tutto e
per tutto: verde – colore che solitamente richiama l’ambiente – e stratificato,
come gli interessi dei suoi membri.
La piattaforma comunicativa delle "Cipolle Verdi" è un blog: http://greenonions.altervista.org/. Qui si possono trovare interessanti news provenienti dal Web, oltre a iniziative di vario genere ed eventi "sostenibili" di Torino e dintorni. Il sito Internet è agevolmente suddiviso in categorie, che ospitano articoli sugli argomenti più disparati: Ambiente, Arte, Film e Cinema, Libri e Letteratura, Musica. I Green Onions Torino sono anche presenti sui social network di Facebook e Twitter, dove pubblicano regolarmente contenuti inerenti la salvaguardia della natura.
Tra le lodevoli attività del gruppo (come aperitivi e incontri "ecologici") si segnala in particolare la loro adesione alla campagna europea di pulizia ambientale detta“Let’s clean up Europe!”. In occasione dell'evento i Green Onions si sono dati appuntamento ai Giardini Reali della capitale sabauda sabato 7 maggio 2016, dove hanno lottato contro il littering e l’abbandono di rifiuti, pulendo parte dei parco. L'intento era appunto quello di partecipare attivamente
sul territorio, affiancando gli incontri
informativi ad azioni concrete. La scelta del luogo da ripulire è stata simbolica: i
Giardini Reali rappresentano la sede dei primi incontri dei Green Onions.
Circa un anno dopo la fondazione, essi sono perciò tornati con guanti e sacchetti, pronti a
portare via l'immondizia "dimenticata" sull'erba delle aiuole. La conclusione che si è tratta dall'esperienza è stata che il fenomeno del littering – ovvero la tendenza di gettare o abbandonare i rifiuti con noncuranza
nelle aree pubbliche, invece che negli appositi bidoni o cestini
della spazzatura – è purtroppo una brutta abitudine ancora troppo diffusa.
Sintonizziamoci dunque sulle buone vibrazioni emanate dalle Green Onions!![]() |
| I Green Onions in azione ai Giardini Reali per il LCUE 2016 |
lunedì 11 luglio 2016
Verdena smeraldo
Vivono nel
nostro stesso mondo, mangiano quello che mangiamo noi, parlano come noi nella vita
di tutti i giorni. Ma se uno si mette ad ascoltare le loro canzoni finisce per
non un capirci un’acca, avendo quasi l’impressione di avere a che fare con degli
alieni particolarmente abili come musicisti che, avendo trovato una
registrazione in lingua italiana, hanno finito col combinarne a random i vari
sintagmi. Le parole che noi tutti utilizziamo nella quotidianità vengono infatti
da loro rimodulate e intonate in una maniera sbalorditiva, che destabilizza e
disorienta chi ode. Provano le medesime nostre emozioni, soltanto che le
comunicano in musica, in modo originale. Rappresentano quindi un caso unico tra
i gruppi musicali del Bel Paese.
Stiamo parlando
dei Verdena, power trio bergamasco alternative grunge attivo dal lontano 1995. Raccattano
verbi, congiunzioni, avverbi, aggettivi, articoli e sostantivi come netturbini
del suono, per dare vita a improbabili combinazioni artistiche. D’altronde, chi
capisce il cubismo o l’astrattismo?
Come Picasso o Kandinskij si può dire che abbiano innovato (almeno dal punto di
vista della scrittura dei testi) il campo culturale in cui lavorano, proponendo
al pubblico e alla critica cose realmente nuove. Per questi motivi, essi hanno pressoché
esposto una nuova corrente artistica nel genere rock dello Stivale.
Una poetica punk
contraddistingue il loro sound, adottando un uso davvero originale degli attrezzi
del mestieri di una band. Non ha senso decriptare i loro testi: le opere
di costoro sono fatte da frasi di contrappunto in cui note e lettere si intrecciano in un
gioco alchemico che riesce a ottenere risultati alquanto interessanti. Più che
in altri artisti, qui la musica non può slegarsi dalle parole: i due elementi
si fondono in composizioni simili a miscugli chimici, che reagendo formano cocktail
comunicativi potenti. Nelle strofe e nei ritornelli dei loro pezzi
difficilmente troveremo massime o aforismi da incorniciare a mo’ di citazioni,
come capita coi grandi cantautori. Allo stesso modo, si fa fatica a
rintracciare nella loro produzione discografica delle hit da lanciare nelle
classifiche di pop music. Dunque, è difficile individuare i temi dei loro componimenti.
Ma la musica dei Verdena tocca i sentimenti, scuote il cuore e fa vibrare l’anima.
Coerenti fin
dagli esordi, hanno sempre tirato dritto per la loro strada, senza scendere a
compromessi, col loro stile nudo e crudo. Certo, si nota una indubbia
evoluzione artistica nel corso del tempo, ma la loro morbida durezza è rimasta
intatta, senza lasciarsi scalfire da tendenze del momento. Allora – senza
entrare più di tanto nei dettagli tecnici sulla struttura dei loro brani, senza
analizzare accordi, melodie o variazioni di tempo che appassionano gli addetti
ai lavori e i loro fan più attenti – una cifra di interpretazione delle
canzoni dei Verdena può essere quella di capire il significato delle note e ascoltare il
suono delle lettere. Lemmi maggiori e minori, in diesis o bemolle; battute (di
spirito) e versi (poetici).
Dal punto di vista
tecnico, il cantante è capace di sussurrare appena sotto voce al microfono,
modulando le corde vocali da crooner
afono o, viceversa, di sforzarle in grida da urlatore prossimo alla raucedine.
Il basso elettrico e le chitarre si amplificano grazie a distorsioni ed effetti
ruvidi e audaci. La batteria percuote piatti e tamburi secondo varie ritmiche,
anch’esse parti importanti del linguaggio complessivo. Orchestrano inoltre brani
strumentali che sollevano polvere e coriandoli verso il soffitto mediante le
onde delle casse acustiche, dove l'odore e il sudore della sala prove diviene incenso in
aerosol.
Pronomi, nomi
propri e sillabe in rima si mescolano con figure oniriche al rallentatore o
accelerate. Arpeggi, assoli e pennate di vocali e consonanti, accenti
gutturali; danze di apostrofi e cori dei segni di interpunzione. Sinfonie di tastiere
e archi: scale melodiche che girano a spirale proiettando istantanee di un
universo surreale. Una raffineria di riff grezzi che fabbrica energia di
qualità, tra pulviscoli di sogni e mozziconi, arcobaleni su marciapiedi con pois
di chewing-gum, aurore boreali e televideo. Psichedelica sbiadita, arrugginita:
lenti in 3D effetto seppia che mostrano le nuvole di fango della realtà.
Titoli
enigmatici e accostamenti insoliti di termini: non stupisce che su Facebook
circoli un dizionario Verdena-Italiano. Il loro è in effetti un vocabolario piuttosto eccentrico. Il complesso
ha escogitato negli anni una tecnica formidabile di costruzione degli album,
una galassia semantica che sforza i confini della logica grammaticale. Nella loro
stramba analisi del periodo, figure retoriche e sintassi non seguono le regole
con cui il nostro orecchio è abituato a sentirle. Parimenti, immagini fuori dal
comune si incastrano con proposizioni che battono i nostri timpani e provocano
il nostro udito. Un gioco da ragazzi, dada e semiotico, tanto complicato da
sfiorare la banalità più assurda. Senza etichette, indipendenti allo stato
brado nella provincia rock del panorama italico, i Verdena continuano a suonare
la loro storia.
BIOPHILIA – BJÖRK: autentica musica ambientale
Quest’estate tante persone hanno tifato
Islanda durante gli Europei di calcio disputati in Francia, sognando la favola
di un’altra squadra cenerentola, sebbene barbuta e tatuata, che al termine di
ogni match batte le mani a tempo assieme al suo pubblico durante il cosiddetto haka
vichingo dei geyser. La fata norrena Björk viene
da qual mondo lì: da quella cultura nordica a stretto contatto con la ricchezza
del Pianeta, con buona pace di Giacomo Leopardi il quale, nella celebre
operetta morale Dialogo della Natura e di
un islandese, esprime il suo romantico e sublime pessimismo cosmico.
“Biophilia” è infatti il
nome di un interessante progetto multimediale della poliedrica artista islandese
Björk. Innanzitutto è un album di musica elettronica e sperimentale pubblicato
nel 2011, contenente tracce dai titoli evocativi come: Moon, Thunderbolt, Cosmogony, Solstice, Virus, Dark Matter. Oltre alla versione
standard, il disco è stato pure confezionato in un'edizione deluxe e in una
live, registrata durante il concerto al Manchester International Festival. Da
quest’esperienza è anche sorto il film Biophilia
Live.
Si tratta in effetti di un
onirico inno alla vita: un viaggio acustico e visivo tra macrocosmo e
microcosmo, esplorando galassie di suoni e immagini provenienti da tre mondi
intimamente intrecciati: Natura, Musica e Tecnologia. L’effetto è un originale
collage psichedelico, fluorescente e caleidoscopico, dove l’elemento naturale e
quello sintetico si mescolano, dando vita a continue creazioni, che evolvono e
mutano in nuove forme seguendo un equilibrio dinamico. Si attraversano così i
differenti regni della natura, tra il microscopico e il macroscopico, tra
l’infinito e l’infinitesimo, orientati da una bussola audiovisuale i cui punti
cardinali sono i quattro elementi naturali della biosfera, cioè acqua, fuoco,
terra e aria.
Una ricerca non solo sonora, pertanto,
che mischia voci e note, rumori ed energia elettrica, fino a individuare le
strutture geometriche dell’universo, che si ritrovano nelle più minuscole
particelle della realtà, come un semplice e perfetto cristallo di neve. In questo
senso il lavoro di Björk è
avanguardistico, quasi un’opera lirica postmoderna o 2.0. Nell’era dei computer
compositori e dei sintetizzatori elettronici e digitali automatici, parte
sempre e comunque da un essere vivente l’input primordiale. Ecco uno dei
messaggi che s’intende comunicare allo spettatore.
Colori virtuali si innestano
allora su giochi di melodie e armonie, tramite strumenti strambi e sofisticati.
In questo contesto acquista notevole rilevanza il ruolo delle percussioni in
quanto dispensatori di ritmo. Le battute temporali diventano perciò il simbolo
del battito del cuore, che trasmette vibrazioni e pulsazioni all’organismo.
Torna dunque in mente la celebre L’Ombelico
del Mondo di Jovanotti: esempio paradigmatico di world music, metafora del
grande tamburo planetario al centro della Globo, che unisce popoli di culture
diverse. Un po’ come capita nella pancia della mamma, e nel grembo della Madre
Terra.
C’è anche da dire che la stessa
Björk aveva già pubblicato nel 2008 un singolo, in qualche modo ecologico,
ossia Náttúra, per promuovere il
rispetto dell'ambiente. Tutti i proventi del brano erano stati donati alla
Náttúra Foundation. Sempre legato al progetto “Biophilia” è inoltre stato
ideato Biophilia Educational Project:
app per smartphone e sito web dedicati alla trasmissione delle idee diffuse
dall’eclettica artista scandinava. Musica d’ambiente e amore per la vita.
Musica per la vita e amore per l’ambiente.
martedì 7 giugno 2016
Luca Mercalli e il film “Demain” per l’inaugurazione di Cinemambiente
Martedì 31 maggio si è tenuta la serata d’inaugurazione della 19^ edizione del festival Cinemambiente di Torino, con la proiezione del film Demain di Melanie Laurent e Cyril Dion. Dopo i saluti istituzionali il fondatore e direttore del festival Gaetano Capizzi ha dato la parola al meteorologo più famoso della tv Luca Mercalli, esperto climatico divenuto famoso grazie soprattutto al programma di Rai 3 “Che tempo che fa”. Ultimamente Mercalli ha anche intrapreso una strada da “solista”, potremmo dire, lanciando la trasmissione “Scala Mercalli”.
Per il suo intervento a “Cinemambiente”, il climatologo è partito con l’evidenziare che il 2016 è stato l’anno più caldo (assieme al 2007) della storia del mondo, da quando si è cominciato a registrare le temperature (intorno al 1850). In particolare, marzo 2016 si è aggiudicato il titolo di mese più rovente di sempre. Infatti, dal 1960 – gli anni del boom consumistico – il clima mondiale ha inanellato una straordinaria sequenza di record progressivamente crescenti. Assieme al fenomeno oceanico El Niño, i principali responsabili di questa situazione allarmante sono le emissioni di CO2 (o anidride carbonica) nell’atmosfera, derivanti dalla combustione delle fonti energetiche fossili (petrolio, gas e carbone). Le conseguenze? Oltre all’aumento generalizzato delle temperature, l’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi come le cosiddette bombe d’acqua. Tra gli altri effetti, nello specifico il surriscaldamento dei mari ha comportato per esempio lo sbiancamento dei coralli, che sono una fonte preziosissima di biodiversità. Oppure un vero e proprio “infarto” del sistema climatico nell’Artico, dove la banchisa di ghiaccio – utile nel respingere le radiazioni solari – collassa su isole di roccia. Il problema è che, diversamente dagli addetti ai lavori, le persone comuni rimangono spesso all’oscuro di queste drammatiche notizie, che passano per lo più in sordina sui mezzi di comunicazione. Inoltre, i risultati delle pubblicazioni scientifiche sovente non vengono nemmeno presi in considerazione dai decisori politici. Ancor peggio, gli economisti appaiono solitamente troppo incantati dal mantra della “crescita a tutti i costi”, per ascoltare il grido della Terra e degli emarginati del globo.
Fortunatamente un segnale di cambiamento c’è stato durate la recente Cop21 di Parigi, in cui 175 Paesi hanno firmato un accordo che prevede il contenimento dell’innalzamento delle temperature entro i 2°. L’approvazione della convenzione quadro rappresenta certamente un buon risultato diplomatico, anche se non è sufficiente per le leggi della fisica, che non aspettano i negoziati degli uomini. Il rischio è che, ad esempio, tra qualche decennio in una città come Torino si creino le condizioni per un clima tropicale.
Parecchie cose, dunque, sono cambiate in seno alla nostra biosfera dal 1998, primo anno di “Cinemambiente”: più popolazione umana (circa 1,5 miliardi), più CO2, meno ghiaccio, un più alto livello dei mari. Questa catena di eventi ha fomentato, tra l’altro, le migrazioni di massa dai territori maggiormente colpiti da calamità naturali, come la Siria. Qui, infatti, si è registrata una dura siccità nei decenni addietro, che ha sicuramente aggravato le condizioni di vita degli abitanti, preparando così il terreno per il conflitto che sta martoriando quelle zone che furono un tempo la culla della civiltà. Onde evitare il ripetersi di eventi simili occorre perciò intraprendere una lungimirante opera di mitigazione e adattamento in loco, seguendo il principio della resilienza. Solo in questo modo possiamo controllare il rischio di altre tragedie naturali e, quindi, umane, come sta purtroppo succedendo in molti atolli oceanici, devastati da catastrofi ambientali e sociali.
Dopo Mercalli è intervenuto Cyril Dion, uno dei due registi che hanno diretto la pellicola di apertura della kermesse cinematografica. Il francese ha spiegato che l’idea del film è nata dalla lettura di un preoccupante studio scientifico e dalla domanda che è sorta spontanea subito dopo: com’è possibile che nessun media ne parli? Allora Dion ha cercato di diffondere la questione tramite uno strumento potente e popolare come il cinema, in grado di smuovere moltissime coscienze. Tuttavia, egli ha ragionato che esistono sostanzialmente due modi per ottenere tale risultato. Il primo è utilizzare un approccio distopico-catastrofistico, denunciando apertamente gli ecocidi in atto sul pianeta. Il secondo è mostrare invece alla gente che le soluzioni concrete per costruire un mondo migliore esistono già, e che qualcuno sulla Terra le sta già mettendo in pratica. Ovviamente, è quest’ultimo il registro narrativo scelto per girare Demain. Il film è effettivamente carico di ottimismo e positività, dal momento che espone le buone pratiche attuate da singoli individui e collettività riguardo cinque grandi problematiche che attanagliano il presente e il futuro dell’umanità: agricoltura, energia, economia, istruzione e democrazia. Queste buone pratiche – come la permacoltura, le transition towns, metodi didattici all’avanguardia e il multiculturalismo – costituiscono propriamente dei modelli da imitare. A maggior ragione perché sono opera di comuni cittadini che hanno però preso a cuore la propria salute e quella della Terra da cui, alla fine dei conti, dipendiamo tutti. Dei normali supereroi, insomma.
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