lunedì 3 giugno 2013

Uomo a una dimensione, società piatta e 3D


            «Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio. Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente [corsivo mio], sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma – consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti[1]».  Con queste parole prende forma l’incipit di Flatlandia[2], romanzo fantastico pubblicato nel 1884, del pedagogo e teologo britannico Edwin A. Abbott. In quest’opera, chi parla è un quadrato (Square), il quale, rivolgendosi ai più fortunati membri della tridimensionale Spacelandia, racconta in prima persona le vicissitudini della sua vita e quelle degli altri conterranei di Flatlandia - un universo a due sole dimensioni abitato, per l’appunto, da figure geometriche piane. Quella in cui vive Square è una società rigidamente gerarchica, in cui un maggior numero di lati corrisponde a una più elevata posizione sociale. Infatti, la classe inferiore di Flatlandia è composta dalla «plebaglia acutangola», ossia soldati e operai (triangoli isosceli) e donne, semplici linee rette quasi invisibili - tant’è che, per rendersi riconoscibili agli altri, sono costrette a dimenare la “coda”. Al livello successivo stanno poi i borghesi, in quanto triangoli equilateri  e, ancora più in su, i professionisti, vale a dire quadrati e pentagoni. Infine, salendo verso la vetta della piramide, troviamo l’aristocrazia poligonale a sei e seguenti lati, finché questi ultimi non diventano talmente fitti e indistinguibili da costituire l’ordine circolare dei sacerdoti. A discapito della apparente fissità sociale, il protagonista riferisce che nel suo mondo vige una legge naturale che vuole che il discendente maschio abbia un lato in più del padre, in modo da garantire l’ascesa di status all’interno della comunità. Peccato che, però, la norma non valga per operai e soldati (oltreché, ovviamente, per le donne), dal momento che «il figlio di un isoscele rimane sempre un isoscele». A tal proposito, il narratore informa che dagli annali di Flatlandia si contano non meno di 120 rivoluzioni tentate dagli stremati operai, che adesso vanno scandendo il proprio slogan: «Isosceli, tutti uniti vinceremo!». (Salta immediatamente all’orecchio il riferimento al motto con cui si chiude il Manifesto del Partito Comunista di Marx: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!»). Tuttavia, ad ogni accenno di protesta, i membri delle caste superiori non esitano a rendere, tramite «una perfetta operazione, regolari e innocui» i vari capi delle rivolte, i quali vengono messi a far parte dei ceti privilegiati. Altrettanto curioso è il caso degli Irregolari, ovvero di quelle figure geometriche coi lati disuguali: nessuno vuole avere a che fare con loro, cosicché non trovano lavoro e sono persino abbandonati dai genitori. Di conseguenza, la frustrazione di questi esclusi e diversi sale fino al punto in cui non si trasforma in aperta violenza, rendendo così necessario l’intervento dei militari che li eliminano immediatamente. 

Immagine tratta da Flatlandia, un cortometraggio d’animazione di Michele Emmer del 1982: la versione cinematografica dell’omonimo romanzo fantastico di Edwin Abbott del 1884.

            Ora, gli spunti di riflessione critica circa il nostro schiacciato presente che questo capolavoro distopico del XIX secolo offre ai suoi lettori sono davvero molti. Da questo punto di vista, la modernità dell’autore su temi quali, ad esempio, la sottomissione femminile, nonché la sua capacità analitica per quanto riguarda l’evolversi, o meglio l’involversi (per certi punti di vista), della società occidentale, paiono davvero straordinarie. A maggior ragione, se si pensa che tali questioni sono ancora oggi a tal punto rilevanti, si constata una volta di più la “preveggenza” di questo reverendo inglese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900. Oppure, il fallimento della attuale civiltà, altamente sviluppata ma al contempo storicamente inetta nella risoluzione dei problemi - fame, fatica, malattie, disuguaglianze, ecc. - che affliggono l’umanità nella sua costante lotta per l’esistenza. D’altronde, gli obbiettivi impliciti che hanno guidato la mano di Abbott sono stati, da una parte, la satira nei confronti della società vittoriana  (il momento storico in cui la borghesia capitalista ha, per così dire, messo radici) e, dall’altra, la critica al riduzionismo positivista allora nascente.
            Tali questioni, mutatis mutandis, sono state trattate a più riprese anche da Herbert Marcuse, uno dei più brillanti esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte, all’interno di opere quali Eros e civiltà (1955) e L’uomo a una dimensione (1964), in cui l’ironia pungente di Abbott scagliata contro l’ipocrisia vittoriana si trasforma in teoria critica della società industriale avanzata, e dove la battaglia contro il positivismo - nel frattempo rinato sotto il nome di neopositivismo attraverso la filosofia analitica del linguaggio e il comportamentismo funzionalista nelle scienza sociali - viene condotta all’esasperazione. In un certo senso, Abbott anticipa le riflessioni del pensatore tedesco circa le conseguenze omologanti della moda e della cultura di massa pubblicitaria, quando, all’interno del romanzo, annuncia che per un certo periodo i flatlandesi avevano iniziato a «colorarsi i lati» con le tinte più sgargianti, da esibire in pubblico. Infatti, modificare perennemente il proprio look esteriore, anche mediante accessori di tendenza in perenne rinnovamento e beni appariscenti (status symbol) condannati all’obsolescenza pianificata, sembra, adesso come all’epoca di Abbott, l’unica maniera per distinguersi dagli altri. «Tutti gli esseri della Flatlandia, animati o inanimati, qualunque sia la loro forma, presentano “al nostro occhio” il medesimo, o quasi il medesimo aspetto, quello cioè di una Linea Retta. Se dunque tutti hanno lo stesso aspetto, come si farà a distinguere l'uno dall'altro?». A questo punto si inserisce anche la disamina compiuta da Marcuse sulla responsabilità dei media, rei di perpetuare la manipolazione delle menti con l’intento di creare falsi bisogni che devono essere “necessariamente” (spregiudicatamente) soddisfatti. Al di là dei presunti messaggi subliminali contenuti all’interno degli spot commerciali (Marcuse, non a caso, parla di un «potere ipnotico» delle reclame), pensiamo a quanto influiscono oggi sulle nostre quotidiane scelte di consumo le innovazioni tecnologiche che offrono tutta una gamma di intrattenimenti spettacolari per il nostro “tempo libero”. Pare, infatti, che l’unica modalità con cui è ancora possibile scorgere, seppur in maniera fittizia, una certa stratificazione ontologica, sia rimasta la virtualità degli show in 3D. Soltanto indossando delle speciali lenti prospettiche riusciamo ad accorgerci dell’esistenza di altre dimensioni che ci proiettano quasi magicamente in una realtà profondamente diversa da quella attuale. Date le suddette premesse, l’esigenza odierna, perciò, è avere la capacità di guardare obliquamente il mondo in cui siamo immersi per cogliere, senza l’ausilio di occasionali occhialini 3D - simbolo dell’inarrestabile “progresso” tecnologico dell’industria culturale - la verità (limiti naturali e sociali delle risorse energetiche, spreco, sfruttamento umano, patologie psicofisiche) che si nasconde sotto al luccicante manto dello sviluppo tecnologico-capitalistico e, infine, rintracciare un modello di crescita alternativo ad esso.
            Ma ci sono anche altri elementi che legittimano un parallelismo tra il romanzo di Abbott e lo studio di Marcuse. Per esempio, la repressione psicofisica a cui sono sottoposti le Figure Irregolari, oltre che le sommosse degli Isosceli sedate con la violenza dai soldati, si avvicinano terribilmente al meccanismo di metabolizzazione igienica - assimilazione o integrazione degli opposti - messa in atto dalla società in cui vive e opera Marcuse, dove di assiste alla rimozione totalitaria del pensiero negativo da parte del potere, attraverso strumenti sempre più sofisticati (efficaci perché nascosti) di controllo e dominio sull’autonomia dell’individuo; cioè, in altri termini, alla paralisi di quella logica della protesta che mette in discussione l’ordine stabilito. Con le parole di Marcuse: «L’indipendenza del pensiero, l’autonomia e il diritto all’opposizione politica sono privati della loro fondamentale funzione critica in una società che pare sempre meglio capace di soddisfare i bisogni degli individui grazie al modo in cui è organizzata (p. 15)[3]». Di conseguenza, a causa della chiusura dell’universo politico e dell’universo di discorso, «emergono forme di pensiero e di comportamento ad una dimensione, in cui idee, aspirazioni e obbiettivi che trascendono come contenuto l’universo costituito del discorso e dell’azione vengono o respinti, o ridotti ai termini di detto universo (p.26)». In particolare, Marcuse insiste sull’irrazionalità complessiva della configurazione istituzionale della società occidentale, che, però, resta celata sotto uno strato di ragionevole benessere per le classi agiate: «La follia del tutto giustifica le follie particolari e trasforma i delitti contro l’umanità in un’impresa razionale (p.65)». Insomma, la condizione degli abitanti di Flatlandia non sembra così distante da quella «confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà» che «prevale nella società industriale avanzata, segno di progresso tecnico (p.15)». Ecco perciò individuato un ponte teorico che permette il passaggio di continuità da Edwin Abbott (1838-1926) a Herbert Marcuse (1898-1979).
            Dunque, non sembra un azzardo così avventato affermare che la realtà ha decisamente superato l’immaginazione, come dimostra il fatto che una finzione letteraria come Flatlandia, ipotesi tanto improbabile quanto assurda nel momento in cui venne formulata, si è praticamente realizzata grazie al controllo del potere dominante. Flatlandia e il povero Square sono, de facto, la società e l’uomo a una dimensione teorizzati da Marcuse.  
 
Il Moebius di Escher: una catena a forma di infinito chiusa in sé stessa, in cui delle formiche (simbolo di produttività e stacanovismo) sono costrette all’eterno ritorno dell’uguale.

Detto ciò, quindi, le nostre sorti di cittadini «mutilati» della pianeggiante Società Opulenta sono irrimediabilmente segnate, anzi di-segnate? Nonostante il profondo pessimismo che caratterizza il pensiero di Marcuse, trapela dalle pagine del saggio in questione uno spiraglio di speranza. Il filosofo inizialmente affida ad una nota a piè di pagina (lontana dal con-testo pre-dominante, quasi a voler sottolineare, non solo tramite il contenuto, ma anche nella forma stessa del libro, l’importanza che gli elementi marginali, qualunque essi siano, rivestono per la critica allo status quo) il ruolo di scandagliare la schiavitù democratica del presente: «Esiste ancora il leggendario eroe rivoluzionario che può sfidare persino la televisione e la stampa - il suo mondo è quello dei paesi “sottosviluppati”(p.83)». Qui, per la prima volta Marcuse individua i possibili “redentori” del genere umano, coloro in grado di innescare la liberazione dallo stato di cose presenti. Ma è solamente verso la fine dell’opera che egli identifica, entro codesta società, il nuovo soggetto rivoluzionario capace, allo stesso tempo, di oltrepassarne i netti confini. Secondo Marcuse, in altre parole, esistono ancora delle possibilità autenticamente alternative all’Inferno mite e confortevole (sebbene solo per alcuni) del mondo dei consumi. Queste ancore di salvezza sono riposte in quel «sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato (p.259)». Secondo Marcuse, gli esclusi della società opulenta - i dannati del Terzo Mondo e i gruppi del dissenso - sono la prova vivente delle contraddizioni che la società tecnologica perennemente produce e finge di non vedere. Inoltre, proprio perché scartate dal processo tecnologico e “democratico” occidentale, queste nuove forze rivoluzionarie (e non più il proletariato europeo: ingranaggio ormai perfettamente integrato col meccanismo di produzione e di distruzione capitalistico o comunista) sono le uniche in grado di rappresentare ancora il Grande Rifiuto. L’espressione è stata presa da Marcuse dal primo Manifesto surrealista di André Breton e indica l’idea di una opposizione radicale alla realtà. In concreto, il Grande Rifiuto significa la protesta silenziosa e non cosciente che ogni giorno compiono gli outcast del pianeta contro lo stato di cose presenti.

La fotografia illustra uno dei nuovi soggetti rivoluzionari segnalati da Marcuse, un abitante dei Paesi sottosviluppati, immerso in ciò che resta dei prodotti fabbricati e poi scartati dal mondo dei consumi occidentale. L’immagine è significativa anche perché gioca sull’ambiguità dell’espressione “Grande Rifiuto”: oltreché negazione, rinuncia (nell’accezione di Marcuse), essa si può intendere come l’enorme quantità di spazzatura che la società del benessere esporta in tutto il mondo, ma in particolare nelle aree arretrate, lontane dalle luci dei riflettori (qui siamo nell’Oceano Pacifico). 

           In buona sostanza, se non vogliamo finire definitivamente nel baratro monodimensionale di una società piatta, in cui ogni irregolarità viene smussata quand’anche cancellata, è necessario prestare ascolto alla flebile voce dell’autenticamente Altro. Se non vogliamo cadere nella voragine di una irrimediabile crisi ambientale che porterebbe il genere umano all’estinzione, dobbiamo impegnarci tutti insieme nella riduzione del sovrasviluppo mediante una ridefinizione dei bisogni. In conclusione, proprio come il quadrato di Flatlandia, che scopre la terza dimensione innalzandosi al di sopra del suo universo miseramente liscio grazie a una Sfera venuta da Spacelandia, dovremo anche noi affidarci agli extra-terrestri situati ai margini del mainstream corrente, in modo da trascendere la nostra società del “benessere” per renderci finalmente conto che esistono altri mondi possibili, in cui costruire un autentico ben-essere.  











[1] Edwin A. Abbott, Flatlandia: un romanzo a più dimensioni, Adelphi, 1998.
[2] Il libro, nel 1982, è anche diventato un cortometraggio d’animazione, diretto da Michele Emmer e disponibile on-line al seguente indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=A7DIhigATpI 
[3] H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, 1999.

domenica 2 giugno 2013

Canto degli assuefatti



Dopo essere stati testimoni in prima persona della ferrea determinazione patriottistica, o assurda convinzione di autodistruggersi, dei terroristi islamici e dei kamikaze giapponesi, peccatori che occupano la zona a loro riservata del VII cerchio, sede eterna dei suicidi e degli scialacquatori, io e il mio maestro William Wallace stiamo per accedere nel successivo girone del labirinto pietoso. Questa è la tappa che precede l’incontro con coloro che si sono macchiati di “crimini contro l’ umanità” la cui pena, già in parte accennatami da alcuni personaggi durate il viaggio, non vedo l’ora di conoscere, poiché è la mia rabbia che mi conduce da loro.
Ma ora ci troviamo al cospetto degli assuefatti. Codesti in vita si dedicarono ad abitudini poco decorose, furono dipendenti dall’alcool e dalla droga, vennero definiti dalla gente comune “ubriaconi” e “bucati”. Essi, dopo esser entrati in questo mondo altalenante tra stati di euforia e conseguenti stati depressivi, rare vote riuscirono ad uscire da quell’ universo parallelo.
Lo spettacolo che appare davanti ai nostri occhi è patetico: un lunghissimo tunnel scuro, al cui interno sono racchiusi in gabbia, come bestie, i peccatori. Maestro Wallace scuote lentamente la testa e compie pochi passi prima di accorgersi che io sono ancora impietrito davanti a quella galleria degli orrori. Allora torna sui suoi passi, mi afferra una mano per poi condurmi più vicino al tunnel. Da qui riesco a riconoscere tre peccatori: la prima è Kate Moss, modella di fama mondiale, sulla quale però circolarono più voci riguardo i suoi continui scandali per consumo di cocaina, che a proposito delle sue apparizioni sulla passerella. Gli altri due sono rinchiusi entrambi nella stessa gabbia, in quanto accomunati dalla medesima professione. Essi sono George Best, “stupefacente” ala destra del Manchester United e della nazionale inglese degli anni ’70; e quell’argentino che possedeva, come si  diceva allora, “la mano di Dio” e che fu più volte appellato come il miglior calciatore di tutti i tempi. Li osservo attentamente perché tutti hanno uno strano comportamento. Sembra infatti che la Moss tenti di sniffare col naso qualche cosa di cui però non riesco a vedere la consistenza, mentre gli altri due agiscono come se stessero fumando, portando il dito medio e l’indice alla bocca e aspirando con arroganza. “Forse non sono in grado di notare quello che assumono  in quanto essere mortale” mi domando. E perciò rivolgo lo stesso interrogativo al maestro Wallace, che mi risponde: “Tranquillo, ragazzo, tu non riesci a scorgere ciò perché davvero loro non assumono nulla che abbia reale consistenza. Infatti, dal momento che in vita si somministrarono sostanze, liquide o solide, che producevano modificazioni psichiche, qui sono costretti per l’eternità ad essere dipendenti di aria soltanto. Pensano di non averne mai a sufficienza e dunque continuano ad assuefarsi di aria, dato che è il loro corpo che li induce avidamente ad assumerne in quantità sempre maggiori, anche se di fatto non subiscono alcuna alterazione o eccitamento”. Grazie alle parole del maestro scozzese riesco così ad intendere il significato simbolico delle gabbie: durante la vita terrena tramite i loro vizi non virtuosi evadevano mentalmente, mentre ora sono obbligati a rimanere all’interno delle loro ferree prigioni.
Costeggiamo il tunnel che pare quasi infinito, senza entrare all’interno, ma osservando uno per uno i condannati attraverso strette feritoie. Dopo una lunghissima serie di individui, di cui ricordo solamente pochi nomi, tra cui Lapo Elkan, sulla cui gabbia vi è incisa la curiosa frase “abbandonata con fatica la brutta abitudine”, mi arresto per un lasso di tempo maggiore, quando noto tre personaggi, i quali, con tutti i loro difetti, furono tre straordinari fenomeni nel campo delle sette note, di cui io fui nell’adolescenza un devoto ammiratore per la loro incredibile abilità artistica e per la capacità fuori dal comune di comunicare alla gente. All’interno della medesima galera sono puniti Jimi Hendrix, Jim Morrison e Kurt Cobain. Il primo fu un formidabile chitarrista, gli altri due emblematici leaders delle loro band, rispettivamente “The Doors” e “Nirvana”. Nacquero e crebbero in contesti difficili, arrivarono a toccare il culmine dell’estremo successo per sprofondare di nuovo nel nulla. Non si accorgono nemmeno del nostro passaggio, intenti a “pseudo-iniettarsi”dell’aria nelle vene con una siringa che solo la loro mente aliena può immaginare. Vorrei dare il via ad una conversazione con i tre musicisti, ma pare che la gola si sia temporaneamente immobilizzata e con lei le corde vocali.
Allora raggiungo il mio duca con innumerevoli pensieri nella testa che mi trattengono dal pronunciare parola.  E quando vedo un polveroso sentiero alla mia destra faccio cenno allo scozzese di imboccarlo, nonostante la triste galleria prosegua ancora, tanto che non sono in grado di scorgerne la fine. Ma sono stanco e confuso. All’ingresso della stradina noto poi un cartello stradale: dice “lavori in corso” e raffigura il disegno di un progetto per la creazione di una nuova ala del tunnel. Il maestro annuisce, e in un assordante silenzio ci avviamo al girone successivo.

sabato 1 giugno 2013

I biscotti di Nonna Lucia

Sono circa le ore 17 e mi aggiro per la cucina alla ricerca di qualche dolce sfizioseria da abbinare al caffè. Apro la credenza e trovo una confezione semi-integra di biscotti: le rinomate “Paste di Meliga” di Nonna Lucia. E un particolare stampato sull’etichetta mi offre un ottimo spunto di riflessione. Un’espressione semplicissima, ma densa di significato: Antica ricetta – dal 1920. Mi rendo conto che tra le persone è molto diffuso un pregiudizio, quello dell’autorità indiscussa del passato. Per quale motivo il grafico che ha progettato quell’etichetta ha pensato bene di metterci quell’ Antica ricetta in bella vista? Probabilmente perché io, consumatore attento, abbia in qualche modo la certezza che il prodotto in questione provenga da un metodo di lavorazione accertato da secoli e, perciò, possa assicurarmi di aver compiuto una scelta azzeccata. L’uomo ha una tale predisposizione a preferire quasi sempre l’antico, piuttosto che il nuovo. Evidentemente perchè ciò che proviene dal passato è stato comunque testato, collaudato, provato e precedentemente esperito. Invece ciò che sarà incute timore e scetticismo; è temuto proprio per il fatto che prima non ci è ancora passato sopra nessuno. Il futuro provoca un senso di smarrimento e di puro terrore: è aprire una porta affacciata sul non-si-sa. Puntare sul nuovo è un rischio molto azzardato, che comporta un prezzo da pagare altissimo e la vaga possibilità di una vittoria, magari precaria.

Ma se la vincita fosse, al contrario, non dico esorbitante, ma, anche solo ragionevole? Se la scommessa comportasse, non dico un radicale cambiamento, ma comunque dei vantaggi? Io penso che si tratterebbe di un piccolo passo avanti molto significativo, un miglioramento importante.
Eppure noi preferiamo andare sul sicuro: scegliamo le antiche ricette, la tradizione millenaria, le abitudini consolidate. Magari ci rendiamo conto che una determinata consuetudine non è proprio il massimo, che, insomma, ci potrebbe essere di meglio. Ma piuttosto che tendere verso il nuovo, ci rifugiamo nelle nostre misere e collaudate sicurezze.


Ed ecco che se i biscotti di Nonna Lucia, penso, venissero realizzati in maniera totalmente innovativa, magari utilizzando prodotti biologici, tramite una lavorazione che sfrutta l’energia alternativa e fossero smerciati in modo eco-sostenibile, per esempio venduti sfusi, farei volentieri a meno dell’ Antica ricetta - dal 1920

L'antropologo marziano


Cosa direbbe di noi un antropologo proveniente da Marte? Che cosa annoterebbe nel suo diario di bordo per descrivere la specie umana durante il suo viaggio spaziale? Dopo aver studiato i terrestri a lungo, sconcertato da così inspiegabili contraddizioni, credo concluderebbe il suo rapporto all’incirca in questo modo: “Gli esseri viventi che si autoproclamano homini sapiens non sanno abitare il loro pianeta e finiranno per estinguersi”.
            Poiché se ci guardiamo attorno in maniera accorta e circospetta, ci accorgiamo che noi umani non siamo effettivamente più in grado di abitare la terra. Infatti, l’homo sapiens pare che si sia dimenticato le istruzioni d’uso per svolgere adeguatamente le attività basilari che si richiedono a un qualsiasi organismo vivente su questo pianeta, ossia evolversi e riprodursi in maniera fisiologica. Nel dettaglio, da parecchio tempo gli esseri umani non sanno più come nutrirsi in maniera razionale, come vestirsi per proteggere il loro corpo dal clima, come modificare il proprio ecosistema per costruirvi una dimora sicura. In aggiunta, non sono più capaci di vivere coi propri simili e questo fatto, per un animale sociale, rappresenta un deficit strutturale di grande portata. Ma su che basi osiamo insinuare che ci siamo scordati il modo con cui si ciba, ci si abbiglia, si edifica o si sta insieme? Le cose, a una prima occhiata, sembrano dimostrare il contrario.
            Prendiamo, per esempio, il tema del cibo: in tv, ogni canale trasmette, con ottime percentuali di share, programmi culinari dedicati al buon cibo e i Tg, inoltre, non finiscono mai di deliziarci la vista con curati servizi sull’ultima fiera del caviale russo piuttosto che sul campionato internazionale del giro-pizza o, ancora, sul recente record mondiale per quantità di hot-dog inghiottiti nel minor tempo possibile. In aggiunta, passeggiando tra i reparti gastronomici di un qualunque supermercato, le nostre pupille risultano quantomeno impressionate e rincuorate da cotanta abbondanza di alimenti e vivande. E quando entriamo in un bar per una colazione o per un aperitivo le nostre papille gustative risultano decisamente confortate dai vassoi stracolmi brioche, croissant, biscotti, salatini, panini, pizzette e tramezzini. Per non parlare dei vari ristoranti etnici che sorgono come funghi un po' ovunque nelle nostre città: giapponese, cinese, messicano, brasiliano, arabo, siberiano... Ma le prove che paiono smentire la nostra accusa di inettitudine nutritiva sono anche altre: gli scaffali delle librerie sono affollati di libri di ricette scritti da cuochi più o meno esperti; su internet spopolano i siti che forniscono consigli e idee curiose per inventare la propria cena con pochi ingredienti e spendendo pochissimi centesimi; i giornali sono pieni zeppi di articoli riguardanti i prodotti gastronomici per stuzzicare il palato dei lettori e fargli venire l’acquolina in bocca; le stazioni radiofoniche bombardano gli ascoltatori con interessanti annunci pubblicitari che sponsorizzano tavole calde, pizzerie o ristoranti, omaggiando anche i migliori clienti con speciali coupon per ottenere sconti e offerte del tipo “All you can eat!”. Insomma, sembrerebbe proprio che la nostra bella fetta di mondo (già questa limitazione basterebbe a dimostrare l’irrazionalità del nostro attuale regime alimentare) mangia e beve tutti i giorni a volontà e che, perciò, lungi dall’essere degli ignoranti in cucina o ai fornelli, sappiamo bene cosa significa sfamarsi e, soprattutto, con gusto.
            Passiamo adesso al caso dell’abbigliamento. Precedentemente abbiamo asserito che la popolazione umana odierna non è più in grado di vestirsi adeguatamente. E allora dove mettiamo le continue sfilate di moda; le corse ai saldi davanti agli out-let per accaparrarsi l’ultimo capo firmato che fa tendenza; i consigli delle fashion victim sui vari rotocalchi;  la martellante pubblicità degli abiti griffati; la nostra brama di rifarci il guardaroba a ogni annata? Detto ciò, si potrebbe affermare che soffriamo di miopia se non addirittura di cecità!
            Anche per quanto riguarda l’accusa di incompetenza edile, le prove volte a confutarla non mancano. Basta pensare alle numerose convention omaggiate della presenza di archistar; alle inaugurazioni di infrastrutture pubbliche e private; agli investimenti sul mattone che (almeno così dicono…) resteranno per sempre una solida certezza; alle abitazioni che spuntano come funghi dove una volta era tutta campagna; alle opere di ristrutturazione e ai cantieri aperti, presidiati da gru, betoniere e impalcature in perenne movimento. Oltre a ciò, dato che costruire significa anche produrre, come trascurare le infinite catene di montaggio dove, ad ogni ora, schiere di operai fabbricano senza sosta oggetti e cose che scorrono poi eternamente sui nastri trasportatori? Oppure pensiamo ai gadget, ai soprammobili, alle cianfrusaglie, a tutte le mercanzie che ricoprono le bancarelle dei mercati, le mensole e le soffitte delle nostre case e che, inevitabilmente, finito il loro corso, saturano le sconfinate discariche. Davvero l’homo sapiens non sa più costruire? 
            L’ultima calunnia che abbiamo mosso contro l’umanità contemporanea riguarda, infine, l’imperizia nello stare assieme ai propri simili. Eppure, prima facie, le occasioni sociali di scambio, condivisione, confronto e convivialità non sembrano affatto essere venute meno; anche perché suonerebbe un po’ assurdo sostenere che le persone sono sole in mezzo a sette miliardi di altri individui! D’altronde, in famiglia cresciamo coi parenti, a scuola abbiamo dei compagni, a lavoro collaboriamo coi colleghi e trascorriamo il tempo libero con amici o partner. In altri termini, affacciandoci sulla finestra del mondo, che ci regala immagini di masse per le strade, folle oceaniche negli stadi, resse in qualsiasi ambiente pubblico, sembra davvero paradossale dire che l’uomo non vive più con gli altri membri della specie. 
            In virtù di quanto detto, siamo forse pazzi, allora? Non direi. Piuttosto siamo attenti osservatori, circospetti investigatori. Perché la verità è che viviamo nel Paese di Hansel e Gretel: una squisita metropoli le cui case sono fatte di zucchero, i fiumi di miele e gli alberi di cioccolato che, però, nasconde un terribile segreto. Viviamo nella Stanza degli Specchi del Luna Park, dove la nostra immagine viene continuamente distorta e deformata dai vetri luccicanti delle vetrine, che non ci permettono di riconoscere il nostro autentico aspetto. Viviamo nella Città di Leonia descritta da Italo Calvino o nel Paese dei Balocchi di Collodi: località magnifiche e divertenti, dove tutto è nuovo e pulito, a patto di non visitare le mura fatte di spazzatura che delimitano il villaggio, ormai globale, o di imbattersi nel terribile Mangiafuoco. Viviamo infine, in Matrix o sull’isola del Truman Show, appagati, soddisfatti, magicamente accontentati, eppure soli e infelici. Insomma, abitiamo in una Gabbia Dorata: una distopia pienamente realizzata. Proviamo allora ad argomentare in difesa della lapidaria sentenza, priva di contradditorio, stabilita del nostro severo giudice extraterrestre.



            Per quanto concerne il cibo, siamo l’unica specie animale che nonostante le ingenti quantità di mezzi di sussistenza a disposizione, per svolgere le proprie funzioni vitali in modo fisiologico, soffre di malnutrizione: quotidianamente sentiamo parlare di obesità, anoressia, bulimia, denutrizione. Paradossalmente, si spende più denaro per dimagrire che per sostentarsi. Ogni anno sprechiamo la metà del cibo raccolto. Quella della tv è pornografia del cibo. Per garantirci tutto l’anno e in tutto il mondo gli stessi prodotti, generiamo un inquinamento folle, a prezzi folli, che sta compromettendo, prima di tutto, la nostra salute attuale, oltre che la stessa sopravvivenza del pianeta negli anni a venire. Tranne rare eccezioni (per fortuna, in graduale aumento) abbiamo completamento dimenticato elementari nozioni circa la stagionalità e la localizzazione dei frutti della terra: quando e dove maturano le diverse verdure? Questo significa che non possediamo più una appropriata cultura del cibo, un’educazione alimentare. Il cibo è spazzatura ancora prima di finire dell’immondizia: come superstiti di una recente apocalisse, vaghiamo alla disperata ricerca di sostanze da inghiottire per non morire di fame.
            Quanti di voi fanno ancora il cambio di stagione nell’armadio? Invece di vestirci a seconda delle condizioni meteorologiche esterne, preferiamo inventare climatizzatori, potenti condizionatori e sofisticati impianti di riscaldamento che, a loro volta, condizionano il clima, innescando un corto circuito pazzesco e incomprensibile. In poche parole, modifichiamo il clima che abbiamo modificato! Tutto ciò comporta un dispendio illogico di energia che va a cozzare coi limiti imposti dalle risorse naturali, oltre che con il portafogli nelle nostre tasche. Vedere donnine mezze nude presenziare gli studi televisivi in pieno inverno fa letteralmente accapponare la pelle. Così come essere costretti a indossare un maglione in aereo o nello scompartimento di un treno nel cuore dell’estate perché il sistema di rinfrescamento è insostenibile. E come non citare le porte spalancate delle profumerie o dei negozi di abbigliamento durante la stagione fredda, da cui fuoriesce un ondata di musica ad altissimo volume insieme a fiumane di calore e intense essenze per attirare, come calamite magnetiche, i clienti consumatori! Nello stesso periodo dell’anno in cui, invece, molto spesso gli studenti delle scuole sono obbligati ad aprire le finestre delle loro aule perché i termosifoni sono eccessivamente caldi e, pertanto, un tantino insopportabili.
            Costruiamo tanto per costruire (o, piuttosto, per avere degli introiti), senza criteri di adeguamento in base all’ambiente circostante o regolamentazioni dettate dalla morfologia di un terreno o dalla vicinanza di una fiume o di un vulcano. Giuridicamente si chiama reato di abusivismo e dovrebbe essere punito dalla legge, mentre, assai di frequente, si assiste al parto di ecomostri venuti al mondo assieme a colate di cemento. «I mortali devono anzitutto imparare ad abitare», tuonava la voce di Martin Heidegger, perché «solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire[1]». Un tempo bastava il buon senso, e la consapevolezza che una casa era La Casa, dove vivere e far nascere i propri figli e ospitare la famiglia e gli amici; edificata per accogliere i vari momenti dell’esistenza di una persona. Oggi, oltre alla seconda casa, cerchiamo per lo più un giaciglio dove poter dormire, un tetto per non essere colpiti dai fulmini. Costruiamo, fabbrichiamo, cementifichiamo, produciamo cose, per la maggior parte inutili, ovvero utili alle ragioni di mercato, che adorneranno le nostre discariche a cielo aperto. Apriti Cielo…
            Giorno dopo giorno assistiamo alla riduzione della sfera sociale o restringimento della dimensione interessante (inter-esse). Sono paradigmatiche le parole del poeta Paul Valéry che Benjamin riporta nel suo Angelus Novus, quando diagnostica la «sindrome “civiltà tecnica”»: «L’uomo civilizzato delle grandi metropoli ricade allo stato selvaggio, e cioè in uno stato di isolamento[2]». Un dato facilmente verificabile è il ratto di interstizi interpersonali ad opera dei media: vengono meno le occasioni reali di scambio e condivisione così come le relazioni carnali tra individui. Per esempio, momenti squisitamente sociali, al di là dei gusti personali di ciascuno, come il cinema, le partite allo stadio, i concerti e il teatro sono spesso sostituite dalla tv o da altri mezzi informatici. Stiamo diventando delle monadi solitarie e autarchiche in un universo parallelo enormemente distante dalla realtà. A quanto pare, ci siamo dimenticati che la distanza tra me e te è una terra dell’oro ricchissima o uno scrigno prezioso da cui attingere. La diversità che ci caratterizza è una frontiera mai totalmente assoggettabile ma comunque riducibile: essa è uno spazio che può essere avvicinato con uno sguardo, colmato con delle parole, diminuito con una stretta di mano, una pacca sulle spalle o una carezza, quand’anche squarciato con uno schiaffo o penetrato con un pugno; esso, infine, si può eliminare per un momento con un abbraccio oltre che con un bacio.
            Siamo primitivi, niente da fare. Già Baudrillard intuiva la paura che il fuoco si spenga tipica della tribù americana, simbolo lampante della “civiltà” dei consumi di stampo occidentale: «Gli americani sono ossessionati dalla paura che i fuochi si spengano. Nelle case, le luci stanno accese tutta la notte, nei grattacieli, gli uffici vuoti restano illuminati. Sulle freeways, in pieno giorno, le macchine procedono con i fari accesi[3]». Dopo anni di evoluzione naturale e culturale, stiamo inesorabilmente regredendo verso una condizione da primordi dell’umanità. Non sono mere sfumature, perché c’è una grossa differenza tra nutrirsi e saziarsi, tra vestirsi e indossare, tra costruire e fabbricare, tra socializzare ed essere inseriti. Invece di conservare sprechiamo, invece di ripararci trasfiguriamo l’ambiente, invece di riparare abbattiamo e produciamo ex novo, invece di ballare sballiamo. Per dimostrare quando abbiamo detto ci sono miriadi di dati scientifici, ottenuti dai numerosi studi di sociologi ed economisti ambientali. Ma a cosa servono tabelle, grafici le statistiche quando la catastrofe sociale e naturale è testimoniata ogni giorno dai fatti della realtà? 
            Avendo perso la testa, non sappiamo più in che giorno viviamo e gli indicatori temporali non sono altro che un susseguirsi di numeri. Non siamo più in grado stare al mondo e di abitare la terra. Gli extra-terrestri siamo noi. Come faremo a sopravvivere? Per fortuna, non tutto è perduto e, di conseguenza, abbiamo ancora la possibilità di modificare il pietoso verdetto del marziano, dimostrandogli che abbiamo i mezzi e le possibilità per riscattarci dalla sventura imminente. Esseri umani di tutto il mondo, unitevi!




[1] M. Heidegger, “Costruire Abitare Pensare”, in Saggi e Discorsi, trad. it. G. Vattimo, Mursia, 1991 ,p.107
[2] Cit. in W. Benjamin, Angelus Novus, trad. It. di R. Solmi, Einaudi, Torino, 2001, p. 109
[3] J. Baudrillard, America, trad. it. di Laura Guarino, SE, Milano, 2009, p. 60-61

NEOMORTO

Sono appena deceduto. Ricordo pochissimo di quel che è successo. Sono stati attimi confusi, lenti e fugaci:un assordante silenzio, un grido a squarcia gola completamente muto, un disperato e interminabile sbadiglio, un pianto, forse, ma contenuto. Poi, non so come, sono arrivato qui.
E’ un enorme stanza, piena di VHS sistemate ordinatamente sui ripiani di alcuni scaffali di ferro grigio. C’è ne saranno una decina, tutti classificati con un etichetta bianca su cui leggo una coppia di numeri in ordine progressivo. Al centro della stanza vi è una sedia di legno impagliata; davanti a essa, poggiante su un mobiletto scuro, una vecchia TV impolverata.
Passeggio sul pavimento in ceramica ocra, di fianco agli scaffali, scrutando le cifre sulle etichette. Sono scritte a mano, probabilmente con un indelebile nero. Mi arresto di fronte all’ultima, che dice: “16 – 17”. Afferro la prima VHS che mi capita e, dopo aver soffiato via la polvere che la infarinava, la infilo nel registratore incastonato nella TV. Mi guardo intorno ma non vedo il telecomando. All’improvviso, senza che io toccassi nulla, lo schermo si illumina. Compare una scritta: “Dio & Co. Corporation”. Per inerzia mi ritrovo sulla sedia. Inizia una sorta di film girato, probabilmente, con una cinepresa amatoriale.
Nessuna presentazione, niente titoli di testa, niente colonna sonora. Scorgo una figura umana, probabilmente un adolescente, seduto a una scrivania. La cameretta in cui si trova è illuminata da un lampadario. Lo zoom si avvicina verso il giovane: sta scrivendo su una specie di squadernino, probabilmente un diario. La pagina su cui scorre violenta la penna reca il numero 25, in arancione.
Un déjà-vu, un flash, un ricordo. Ho già visto questa scena. Poi di colpo il filmato si interrompe. Righe imperfette nere e grigie. “Dio & Co. Corporation”.
La bocca del registratore sputa fuori la cassetta. La riprendo in mano e mi rendo conto che il nastro è giunto alla fine.

Possibile che della mia vita rimanga soltanto uno squallido lungometraggio? Le emozioni, la noia, la gioia, la rabbia…dove sono finite? E poi le persone incontrate laggiù, insomma, avrò modo di contattarle in qualche modo? Volgo lo sguardo lungo la parete pallida e a tratti scrostata, istintivamente in cerca di risposte immediate. Intanto mi accorgo che non vi sono finestre o luci artificiali, eppure nella stanza tutto è visibile chiaramente. Certo che per essere il paradiso è una merda.
Mi sollevo dalla sedia, pesante e macchinoso. Compiuti i primi passi appoggio la schiena contro il muro di una parete. La lascio scivolare finché il mio culo non incontra il pavimento. Ormai sono seduto, con le gambe rannicchiate e le mani tra i capelli, sporchi di qualche giorno. Facendo scorrere le dita sul cranio sento dei piccoli grumi. Sembra forfora. Ma io non ho mai avuto la forfora! Guardo le mani e risalgo con l’occhio tutto il braccio, fino alla spalla. Poi ispeziono le gambe. Sono interamente coperto di questa sabbiolina grigia. Probabilmente è polvere.

E’ possibile morire di noia? Ad un tratto mi balza un pensiero: probabilmente la mia vita non era vita. Improvvisamente mi sembra tutto chiaro, ormai, e le risposte che stavo cercando sono proprio qui davanti ai miei occhi, concrete e taglienti.

Una stanza impolverata, una sedia lignea, una vecchia TV. Sarà questo il posto dove trascorrerò l’eternità a guardare e riguardare ogni attimo di quel che fu la mia esistenza.

Vivere alla macchia


Mi manchi amore mio.
Ora sì, posso dirlo senza indugi: sono un partigiano. Sono un partigiano perché sto da una parte e faccio la guerra a un’altra parte. Sono partigiano perché parteggio per il bene di questo nostro Paese, si capisce.
Mi sembra quasi impossibile non poterti vedere, anche se siamo solo lontani una ventina di chilometri.

Qui la vita non è semplice. Non è affatto facile vivere alla macchia. Stiamo sempre nascosti, con gli occhi bene aperti e le orecchie sveglie. Il nostro comandante, che di stranome fa Trozchi, dice sempre che bisogna nascondersi al demonio, che lui ha la vista come da falco…

Adesso è scuro come nella bocca del lupo. Gli altri dormono quasi tutti, tranne Trozchi che se ne sta da solo a bruciare una sigaretta, seduto sopra a un ceppo, mentre guarda la luna. E poi ci sono io, si capisce, steso a terra sopra a una camicia sporca e insanguinata, con le mani dietro alla nuca, che guardo la brace rossa che è ancora rimasta e che assomiglia tanto ai tuoi occhi accesi. 

Non avevo mai sentito prima d’ora il puzzo del mio sangue. O forse non ci avevo mai fatto attenzione.

Ieri mattina mi hanno preso. Stavamo risalendo la collina del Puciu, belli ruspanti. Trozchi aveva ricevuto delle informazioni, che dicevano che di là dalla collina del Puciu stava una squadra di crucchi. Allora siamo partiti, che non era ancora l’alba. Mentre il gallo cantava, ci siamo levati (in verità io ero già sveglio perché non riuscivo più a dormire. Mi succede quasi tutte le notti.) Trozchi ci ha diviso in quattro squadroni: A-B-C-D. Io sono capitato nello squadrone B, che aveva l’obiettivo di risalire la collina del Puciu e fermarsi nelle castagne di Cichet per fare da guardia, si capisce. Insieme con me c’erano Peru, Stech, Lupo e Cesare. Zitti zitti ci siamo incamminati su per il sentiero cercando di non fare baccano coi nostri scarponi fracassati.
Non so, è strano, ma mentre salivamo mi passavano per la testa pensieri che non c’entravano niente con la missione. Per esempio pensavo alla LIBERTA’. La libertà, si capisce. Non avevo mai pensato così tanto alla libertà. Ed era curioso pensare che la libertà c’è e allo stesso tempo non c’è per chi vive alla macchia. Nel senso che c’è perché vivi fuori dal paese, non ci sono i tuoi che ti sgridano, si capisce; e puoi dormire dove vuoi, anche sopra alle piante! Ma però sei obbligato a stare sempre rintanato, con il cuore che ti batte sempre forte. A volte non sai neanche a chi ti devi nascondere, ma è un ordine e allora bisogna obbedire…
E poi pensavo a te, amore mio, come la maggior parte del tempo da quando vivo qui, alla macchia.
Ad ogni modo continuavamo a salire, con le ginocchia piegate e la schiena giù, per non farsi vedere, si capisce. E intanto calpestavamo le foglie secche che ricoprivano la terra. (Pensavo che poteva darsi che c’erano anche dei funghi, là sotto). In meno di un quarto d’ora siamo arrivati alle castagne di Cichet e ci siamo seduti.
«Dammi una cicca» ha urlato, però a bassa voce, Lupo a noi tutti.
«Ma sta zitto!» gli ha detto Stech,  «Non si può fumare qui!».
«E chi l’ha detto, il parroco?!»
«Sì, l’ha detto il parroco!... Adesso stai zitto, cristo!».
«Allora…la sigaretta?»
«Oh cristo!Dategli ‘sta sigaretta se no lo ammazzo…».
Allora Peru gli da la cicca. Lupo l’accende. Passano, io non so, cinque secondi e dall’altra parte della collina i crucchi sparano. Ci alziamo in fretta e furia e corriamo di nuovo giù come delle lepri. Ma mentre scappiamo a Peru gli cade la mitraglia. Io che sono l’ultimo me ne accorgo e mi abbasso per raccoglierla, si capisce. Bam! «Mi hanno preso». Un proiettile mi rasenta la spalla. Non urlo. Piglio la mitraglia e riparto, e vedo gli altri che sono già lontani.
Sento un male boia, come un fuoco che brucia, e mi rendo conto che esce tanto sangue. Ma non dico niente agli altri e continuo a correre.
Una volta ritornati alla base chiamiamo Fungo, che è sempre fisso alla base. Appena mi vede fa:«Cristo, ma ti hanno preso!». Mi hanno fatto sedere e mi hanno disinfettato il braccio, si capisce. Perché Fungo è abbastanza in gamba con la medicina. E mentre mi medicavano sentivo questa puzza di sangue, che era insopportabile. Entrava proprio nel naso, e sapeva come di ferro e chiodi di garofano. Anche adesso la camicia puzza ancora di sangue.
Al momento vado meglio. Tengo il braccio fasciato e non lo muovo mica tanto. Ma gli altri mi danno una bella mano. Trozchi ha deciso che devo rimanere anch’io fisso alla base con Fungo e Beppe F.

Ho iniziato a fumare. Qui fumano tutti. In principio non volevo ma dopo ne ho provata una, dopo un’altra e un’altra ancora e, si capisce, una tira l’altra, no?Come le ciliegie... So che non vuoi e neanche padre e madre vogliono, però quando avrò finito di fare il partigiano smetto, te lo giuro.

Mi manchi, amore mio.
E mi mancano tante altre cose. Non so, tipo il profumo del pane appena fatto che esce dal forno di mio padre, il vinello nostro, giocare al pallone elastico in piazza, fare una partita alle carte, andare a messa e giocare alle bocce con la compagnia...
Ma più che altro, mi manchi tu.

Non è facile vivere alla macchia. E sparare non è bello, né tantomeno eroico. Non mi piace proprio sparare, preferisco di sicuro giocare al pallone elastico. Ma è un ordine e bisogna obbedire...

Devi sapere che nel nostro battaglione siamo in 21. Noi ci chiamiamo “Volpi Rosse” e siamo comunisti. Io non sapevo cosa voleva dire essere comunisti. Allora me lo sono fatto spiegare e tutti mi hanno detto: «Come non sai cosa vuol dire essere comunisti?!» E io rispondo: «No, non lo so!(Altrimenti non te l’avrei chiesto, no?)».
Una volta ho detto a Lupo: «Ma essere comunisti vuol dire che hai fatto la comunione?» E lui si è pisciato addosso dal ridere.
So solo che qui ci sono diversi battaglioni, tutti con dei nomi diversi. Non lo so, ci sono “Le Poiane”, “Le Brigate Ardenti”, “I Tritacarne”... Così. Ognuno si prende un nome che sia bello. Ma non tutti i battaglioni sono comunisti. Ci sono i repubblicani, i socialisti, i cattolici... E non si vogliono mica tutti bene allo stesso modo! Pensa che la settimana passata il comandante dei “Tritacarne” ha sparato alla gamba di uno delle “Poiane” perché le ostie non le vogliamo noi, gli ha detto. Per me quello là è tutto matto. «E’ la politica...», mi ha detto Stech, «non ci puoi fare niente».

La politica fa schifo, amore mio.

Spero che tutto finisca presto e che noi due possiamo di nuovo abbracciarci e baciarci.


Un bacio. Buonanotte.


venerdì 31 maggio 2013

I (LOVE) NY

Ciò che sbalordisce un qualunque Giuseppe da Vernazzano a New York City è, al di sopra di tutto,  l’overdose di libertà che gli americani si sono concessi fin dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. L’emancipazione personale ha raggiunto in questa città vette vertiginose, tanto che al sabato sera ciascuno è libero di andare a correre da solo a Central Park, senza per questo sentirsi dare dello sfigato. Oppure di entrare in un negozio, comprare una pistola e compiere una strage all’interno di una scuola o di un cinema.


Fotografia di Federica Boffa