giovedì 30 maggio 2013

Gran Torino - Clint Eastwood

Un film che, in primo luogo, fa ridere, come dimostrano, ad esempio, le scene all’interno del negozio del barbiere Martin, dove avvengono le relazioni “tra uomini”. In secondo luogo, commuove, giacché si segue l’evolversi della malattia di Walt, protagonista della storia, si assiste alla sua triste “vendetta” finale. In terzo luogo, esso fa riflettere, in modo particolare, sulla condizione degli anziani nella nostra epoca, reclusi in casa di cura; sul fenomeno dell’immigrazione, attualissimo nel mondo globalizzato; sull’universo giovanile in genere e sulle sue mode o tendenze omologanti; sul problema del bullismo; sul tema religioso; sulla globalizzazione. Interessante la dialettica vita/morte che inaugura il film in una delle prime scena, in cui a casa di Walt si celebra il funerale della moglie, mentre i suoi vicini di casa “orientali” festeggiano un battesimo. Per una vita che entra nel mondo, un’altra se ne va, secondo il naturale ciclo biologico; argomento che ritorno anche nelle confessioni tra il vecchio Walt e il giovane pastore irlandese. La Gran Torino serve per paragonare metaforicamente l’anziano messo in disparte, abbandonato e rimpiazzato da nuovi modelli ‒ un gioiellino d’altri tempi. Come al solito, Eastwood non si lascia trarre in inganno dall’ipocrisia moralista o dal politically correct posticcio. Questo suo atteggiamento crudo e diretto è tradotto nel film, un’opera grezza e sincera, autentica.


Hereafter - Clint Eastwood

Nonostante il tema affrontato sia, per sua natura, un po’ sfuggevole, il vecchio Clint riesce ancora una volta a fare del cinema in grande raccontando, come solo i grandi cineasti sanno, un evento della Storia contemporanea di ampio respiro che s’intreccia, però, con le piccole storie dei protagonisti, realizzando, così, un affascinante mosaico composto di tante piccole tessere private. Il fatto storico è lo tsunami che ha colpito le coste asiatiche nel 2009 (?) e le vicende sono quelle che toccano gli individui nel corso della loro esistenza e che la sociologia cerca di interpretare avvalendosi di dati e statistiche, come la crisi finanziaria del 2008 o la piaga dell’alcolismo. Perché trattare l’aldilà mediante il medium cinematografico? Prima di tutto perché è un tema antropologico per eccellenza, giacché ogni civiltà si è interrogata sulla possibile vita oltre la morte; in secondo luogo, l’esigenza è legata alla biografia del regista, poiché si avvicina al fatto biologico irreversibile. Le scene iniziali sullo tsunami sono terribilmente spettacolari: un’ondata d’urto che s’infrange sullo schermo investendo la vista e, forse, anche la sua coscienza del cittadino occidentale, spesso mero turista dei luoghi esotici dei paesi sottosviluppati ma costretto, come i protagonisti della vicenda, ad assistere in presa diretta alla strage civile, come un testimone in prima persona dei drammi quotidiani che questi paesi affrontano lontano dalle cineprese televisive. Inquadrature da urlo e da brivido che colpiscono e fanno riflettere anche sull’impotenza umana nei confronti delle forze della natura o sulla sua imprudenza nell’abitare la Terra. Per quanto riguarda la questione dell’aldilà, Clint si dimostra un ottimo eclettico diplomatico, raccogliendo le principali posizioni teoriche sull’argomento: lo scettico, il credente, l’imbroglione, ecc. «Pongo domande senza dare risposta»: in questo senso è molto vicino al «retto e genuino domandare» del pensiero instancabilmente viatico di Martin Heidegger. In un’epoca come la nostra, in cui tutti si sentono in diritto e in dovere, di offrire dei punti fermi inderogabili, è necessario imparare nuovamente a riflettere, sollevando questioni e punti interrogativi.


“Il segreto del bosco vecchio” di Ermanno Olmi

Tra favola e documentario, tratto da un racconto di Dino Buzzati. Un film d’animazione recitato però da attori in carne d’ossa, vale a dire uomini, piante e animali. In realtà, il film è meno fantastico di quanto si possa pensare, dal momento che tratta temi molto concreti e attuali più che mai: la difesa dell’ambiente, la salvaguardia degli ecosistemi, la deforestazione selvaggia ecc. Inoltre sono messe in rilievo anche questioni  più antropologiche, cioè che interessano l’essere umano più da vicino (come se la tutela del patrimonio naturale non fosse già abbastanza antropologica…), vale a dire la solitudine (di un colonnello in congedo, isolato in una casa in montagna ereditata da uno zio mancato, infestata dai rintocchi martellanti degli orologi - leggi il lento scorrere del tempo quando non si ha più molto da fare: il tempo si sente); il cinismo (di un ex militare condannato alla normale ruotine che mostra alla comunità la sua superficiale malvagità); la megalomania (degli uomini di un certo prestigio che sentono l’esigenza di incidere la propria epoca - non sono stati in grado di farlo prima- così da essere ricordati dai posteri) ecc.
Mastro Olmi, alla stregua di un vero e proprio Geppetto, intaglia una pellicola poetica, raffinata, curata nei minimi dettagli; a colpi di pialla cesella l’opera di Buzzati per intarsiare una pellicola di delicata fattura. Come un saggio nonno di montagna dirige passo dopo passo Paolo Villaggio, in una inedita (inadatta?) veste drammatica, e orchestra tutto il Bosco Vecchio (bestie, alberi, agenti atmosferici) con risultati stupefacenti, degni di un National Geographic. Gli esterni sono sublimi e fiabeschi, ripresi con maniacale abilità.
A mio parere, l’esito più coinvolgente a cui arriva il lungometraggio è proprio la visualizzazione dell’intimo rapporto che si instaura tra uomo e natura: un connubio equilibrato e viscerale, tipico della gente di montagna, in cui giunge anche l’eco di un Pavese o le la voce di un Nuto Revelli. Il Bosco Vecchio, metafora di Gaia, è popolato (magicamente?) da fiere e tronchi parlanti, Geni misteriosi; i venti hanno un nome e provano emozioni. Insomma, il Bosco Vecchio rappresenta un luogo autentico, ancora intaccato dalla brutalità di certi uomini, in cui ogni creatura interagisce e comunica con le altre e il cui destino è inesorabilmente intrecciato col Tutto.

Sapienza popolare e miti arcaici si mischiano per dare vita a una storia d’altri tempi che però torna fatalmente utile per il presente e per il futuro. Difetti: troppo lungo fino a scolorire nel finale; la qualità audio è pessima  - siamo nel 1993.

Le ali della libertà - Frank Darabont

Un film ben fatto, non c’è che dire: una storia passionale e appassionata, ricca di scene costruite perfettamente, retta da una sinossi densa e articolata in maniera organica, per cui ogni pezzo è in funzione del tutto secondo un’armonia equilibrata e mai noiosa. I personaggi, benché letterali, non sono mai fantastici o artificiali e, inoltre, sono incarnati da attori professionali al massimo grado. Il centro dell’opera è, come suggerisce il titolo, il grande tema della Libertà, trattato nel luogo dove, per definizione, essa è preclusa, o meglio rinchiusa, cioè la prigione. Da questo punto di vista il film è poetico e salvifico, quali biblico, poiché ricco di messaggi evangelici pregni di ideali mai vuoti o idealizzati ‒ elogio della speranza. Il regista attua una denuncia sociale pungente contro il rigido e inflessibile sistema carcerario tradizionale, mantenuto negli USA fino alle graduali riforme degli anni ’60 del Novecento. In particolare, la vicenda si focalizza sui diritti dei carcerati e sulla loro possibilità di reintegro nella società civile. Il messaggio più forte che emette la pellicola è che la redenzione non sta nella lettura della Sacra Bibbia, come crede il direttore del carcere, bensì nelle varie forme in cui la libertà umana si esplica, ossia l’amicizia, la letteratura, la musica, ecc. In aggiunta, il lungometraggio si schiera apertamente contro le speculazioni dei potenti e il modello giudiziario americano che, il più delle volte, incrimina senza prove valide e attendibili. In generale, si assiste all’aperta critica nei confronti della coercizione fisica come sistema educativo e alla pedagogia spicciola dei secondini. Un neo: i carcerati troppo mitizzati, dipinti come persone buone a tutti i costi.

            Nel periodo storico in cui l’Italia è stata punita dall’Unione Europea per aver violati i diritti umani dei suoi carcerati; sanzione che ha scatenato l’ennesimo sciopero della fame e della sete dell’indomabile leone Marco Pannella per rilanciare la proposta di amnistia. Voltaire, mi pare, diceva che un paese civile si giudica dalle condizioni dei suoi detenuti nelle prigioni.


L’uomo che verrà - Giorgio Diritti

Lungometraggio che parla di uno dei più violenti e sanguinosi massacri di gruppo della Seconda Guerra Mondiale, senza mostrare un goccio di sangue. Eppure ci riesce in maniera straordinaria. Quasi tutti i dialoghi del film sono in dialetto romagnolo (?) e l’intera vicenda ruota attorno alle tradizioni folkloristiche della provincia povera italiana, il popolo della campagna o della montagna, vittima prescelta di ogni conflitto bellico stabilito dall’alto dai potenti statisti. Mi concentro sul titolo. L’uomo che verrà è, innanzitutto, il fratellino nascituro di Martina, la protagonista della storia. La sorella si prende cura di lui e lo alleva come un vero e proprio figlio, essendo l’unica superstite della famiglia. A questo proposito, l’ultima scena è davvero memorabile: Martina, che aveva perso l’uso della parola in seguito al decesso del precedente fratello, è costretta a parlare nuovamente per cantare la ninnananna al neonato che deve dormire. Ma, in secondo luogo, l’uomo che verrà siamo tutti noi, le generazioni venute al mondo dopo le atrocità della II Guerra Mondiale, che devono la loro vita ai sacrifici e alle battaglie sostenute dai propri progenitori, il liberatori della Patria contro le ingiustizie degli oppressori della storia.


Mio fratello è figlio unico – Daniele Lucchetti

Un film che dimostra come si possa parlare di politica con ironia e leggerezza, lontano dai discorsi boriosi e parossistici degli scranni del Palazzo e, inoltre, di come si possa fare politica anche senza possedere una tessera di partito. E’ una pellicola ovviamente politica, anche se quest’ultima funge più che altro da cornice che da tema principale. Molta più attenzione, infatti, è rivolta al rapporto di amore/odio tra i due fratelli protagonisti e alle loro storie d’amore. In aggiunta, è anche un lungometraggio storico, perché racconta un pezzo della storia italiana, ovvero il periodo che va dal 1962 al 1975, l’epoca caratterizzata dai conflitti tra i rossi e i neri, dal sangue delle brigate rosse, dalla rivoluzione giovanile, ecc. L’elemento maggiormente significativo, secondo me, è il costante riferimento agli ultimi, ossia coloro che non appartengono ad alcun partito politico in senso stretto, carne da campagna elettorale, e che quasi sempre sono ignorati dalla classe dirigente. La famiglia su cui ruota l’intera vicenda, è tenuta insieme proprio dal fatto di appartenere alla classe degli ultimi. I genitori sono democristiani o, comunque, riconducibili all’area cattolica conservatrice, la figlia e il fratello Manrico sono comunisti, mentre Accio è inizialmente fascista, anche se poi si “convertirà” anch’egli al comunismo. Un’opera in ogni caso contro l’alta politica. 


Questa storia qua

Docu-film sulla vita artistica e, soprattutto, personale di Vasco. Gli autori, in realtà, danno molto più spazio a tutti i satelliti che hanno orbitato intorno all’astro di Zocca (i genitori, gli amici, gli amori, i compagni, i colleghi, Zocca stessa), cosicché il film diventa, per l’appunto, una storia - la storia di tutto ciò che ha reso possibile Il Blasco. Il cantautore è la voce narrante che, sullo sfondo, commenta le immagini della sua carriera, montate davvero ad arte. In questa carrellata nostalgica, fatta di interviste ex novo, vecchi filmati amatoriali, clip e scene ad hoc, si ripercorrono le tappe più significative della vicenda rossiana e anche di quella italiana, in una luce opaca che sa di antico e memorabile. Il fan è così invitato a sfogliare questo album dei ricordi, accompagnato (ovviamente) dalle indimenticabili ballate del rocker, per entrare nel cuore dell’intimità del suo idolo. D’altra parte, lo spettatore si gode il racconto poetico e emozionante, un po’ nazional-popolare e un po’ amarcord, di un personaggio unico, di cui ciascuno di noi ha dovuto, volente o nolente, prima o poi fare i conti. Temi: il viaggio, la droga, (manco a dirlo) la musica, l’amicizia, la vita.