A quindici anni
odoravamo di spirito adolescenziale e fondamentalmente costruivamo aeroplani di
carta. La città era arancione, come i semafori che lampeggiavano. Credevamo
nell’estate e nella possibilità di un’esistenza normale; nelle feste all’aperto
come luogo di aggregazione giovanile e di inserimento generazionale. Volevamo
le risate sguaiate del bullo protetto dal branco e il sesso disfatto delle
puttanelle di quartiere, senza doversi chiedere ogni volta: «Ma che cazzo ci
stiamo a fare qui?». Fino a quando capimmo che i giovani non erano i bulli e le
puttane. E nemmeno noi, d’altronde. Sovente passavamo dal Via, senza ritirare
nemmeno un centesimo dalla Banca Centrale. In compenso, Imprevisti e
Probabilità non mancavano affatto, anche se il giro era inevitabilmente e
fatalmente lo stesso. In questa Monopoly abusiva, quando ci toccava il terzo
turno, lanciavamo i nostri dadi truccati, pur consapevoli del fatto che,
comunque, le pedine eravamo noi stessi. Allora tiriamo avanti con le nostre
riservatissime feste a bordo pozzanghera. Pratichiamo sport in modo assiduo
durante la brutta stagione, specialmente il nuoto, nelle nostre personalissime
pozzanghere olimpioniche. Infatti, finita la festa, ci ritiriamo per il
pernottamento, solitamente previsto nei nostri sedili a due piazze. C’è chi
parla anche di improbabili sedili a castello nell’auto di Eidos, dove ho visto,
tra l’altro, gli optional più sofisticati della gamma. I tergicristalli erano
il metronomo che teneva il tempo alle nostre performance automobilistiche. Dormivamo
le nostre otto ore al giorno, in pieno pomeriggio, per cui la salute non ci
preoccupava più di tanto. Pur tuttavia, ogni volta che fumavo una canna mi
sentivo una merda e finivo con l’avere l’asma e vomitare bile verdognola, per
non parlare dell’iperventilazione. Eidos dice che sono allergico al THC. La De Magistris e la tv
mi hanno detto che anche le sigarette sono da considerarsi droga a tutti gli
effetti. Fatto sta che gli effetti delle mie diana blu non sono affatto
paragonabili a quelli delle stupefacenti. Dopo aver fumato, comunque, il
passatempo migliore restava l’ipnosi davanti ai colori allucinogeni del
televideo. Tant’è che al primo anno di itis la De Magistris ci aveva
già portato in gita. Sul foglio di autorizzazione che teneva in mano mio padre,
la stampante dell’aula computer aveva impresso come titolo “AUTORIZZAZIONE
VISITA AL MUSEO”, in grassetto nero maiuscolo allineamento centrato. Mio padre,
pertanto, arrischiava col proferire parole sconnesse quali: «Finalmente vi
portano a vedere un po’ di cultura» (ora sinceramente non ricordo se avesse
pronunciato anche il punto esclamativo). 1) Secondo me voleva dire “coltura”,
dal momento che il pullman attraversava i campi che ci dividono dalla Città. 2)
La cultura non si può vedere! 3) Ancora una volta mio padre aveva firmato nello
spazio adibito alla data. Cosicché trovo ripugnanti i musei in toto. Insomma, forse
ripugnanti è un eufemismo: diciamo pure banali[1].
Esporre i prodotti artistici su scaffali allestiti secondo una logistica
inoppugnabile, con tanto di scadenza e codice a barre. L’anima incatenata in
uno sterile ipermercato. Stetti per l’intera mattinata fuori dall’edificio a
chiacchierare coi muratori che ne risistemavano la copertura con sagacia e
delicata fattura, fumando diana blu[2]. E il
presentimento che l’amore sia solamente un’illusione adolescenziale, quando il
rimmel di Alice colava in lacrime.
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